Category Archives: altarini

i segreti di una malapecora

selfie esteem

pensavo di amarlo. lui m’aveva preso per vanitá: ero caduta di peso in quella trappola tipica del narcisista, che è capace di farti  intravedere possibilitá di infinita meraviglia per poi concedersi col contagocce. la sua poca disponibilitá mi faceva sentire insicura e mi sembrava un gioco sporco, anche se a posteriori sono quasi sicura che non lo attuasse consapevolmente. il problema era che giocavo sola. avevo bisogno di lui come uno specchio in cui guardarmi per trovarmi ancora desiderabile, follemente desiderabile, molto piú che desiderabile… meritevole di amore. ma nei suoi occhi sfuggenti quell’amore non c’era e anche se non gliene ho mai fatto una colpa neanche sono stata capace di ingannarmi. questo selfie non so nemmeno se gliel’ho mai spedito. non mi sembrava abbastanza. non mi sentivo abbastanza. mi stavo guardando nello specchio sbagliato.

 

il tempo corre in fretta.

passati due, tre anni giá siamo a una distanza assoluta dalle immagini che abbiamo prodotto.

torno a voler ragionare sui selfie porno (discorso aperto anche piú di due, tre anni fa…) e sul contesto che li alimenta e le narrazioni che generano.

se avete qualcosa da dire e da farmi vedere, scrivetemi a

ziaslavina@gmail.com

quella non ero io

Photo on 02-04-16 at 11.39 #3

ho fatto un sogno.
ho sognato che ero una persona normale.
che mi innamoravo di una persona per volta – e che ero gelosa, pure.
ho sognato che avevo un lavoro vero
e due figli, perchè una volta che ne hai fatto uno, che non glielo fai un fratellino?
che invece che sentire nel profondo ogni ingiustizia compiuta in qualsiasi parte del mondo
mi piaceva andare in giro per negozi e sapevo approfittare dei saldi.
che quando qualcuno mi diceva “Ma sono solo povera gente che scappa dalla guerra”
ero capace di rispondere piccata “Eh ma anche qua c’è gente che non arriva a fine mese”.
ho sognato che avevo fatto carriera
e che continuavo convinta a farmi la punta ai gomiti tutte le mattine.
che avevo la valigia pronta dal giorno prima di partire
e che c’era sempre qualcuno che mi veniva a prendere all’aereoporto o alla stazione.
ho sognato che quello che avevo mi bastava,
che ero un’isola felice ed egoista
che non avevo neanche un capello bianco a ricordarmi fatiche, preoccupazioni e sconfitte.

poi mi sono svegliata e invece ero io.
e a parte i capelli bianchi, mi andava bene tutto com’era
perchè era tutto mio.

Trentanni Forti

ho perso la deadline per consegnare il mio raccontino sul Forte Prenestino, che in occasione del trentennale pubblicherá anche un libro collettivo che raccoglie le memorie di chi lo ha attraversato.
non riuscivo a scrivere qualcosa che mi sembrasse completo, volevo dire tutto e non riuscivo a dire niente così oggi mi sono detta Devo dirne almeno un po’
poi non lo so se finisce nel libro, ma intanto chi vuole lo puó leggere e io faccio pace con me stessa pubblicando una cosa che poteva essere meglio ma intanto questa è…
d’altronde
il perfetto è nemico del possibile
(noi ragazzi dei Centri Sociali lo sappiamo bene)

 

 

per raccontare il Forte devo mettere ordine in piú di vent’anni di ricordi e solo a pensarci mi prende una dolce vertigine.

per me il Forte è stato un posto pieno di prime volte, una porta spalancata sul mondo che volevo, un’esperimento di vita, qualcosa che travalica qualsiasi tipo di scrittura che posso immaginare. peró ci provo lo stesso, perchè se Ho cancellato impossibile dal mio vocabolario lo devo anche a quel pezzo (grosso) della mia vita che si è sviluppato lá dentro.

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Lina Mangiacapre

Lina Mangiacapre - Elio-gabalo
Lina Mangiacapre – Elio-gabalo

lei è Lina Mangiacapre, una poliedrica artista del femminismo.

filosofa, politica antipolitica, pittrice, fotografa, regista e compositrice, militante femminista, saggista e poetessa (prendo le definizioni dalla sua biografia), utilizzava il termine Transfemminismo già negli anni ’70 (!!!!!). rielaborava la mitologia esaltandone il potenziale rivoluzionario di collante collettivo (fondó un gruppo chiamato le Nemesiache) e inventó il metodo della psicofavola – che usó tra l’altro in laboratori di creazione artistica con le donne del Frullone (ospedale psichiatrico di Napoli).
un personaggio originale e interessante, ovviamente sconosciuto alle più e assolutamente marginale nelle genealogie del femminismo ufficiale.
le sue opere sfiorano il sublime e sfidano il trash, che lei stessa attraversava senza paura, sfoggiando anche nella sua vita quotidiana un’estetica a dir poco pittoresca.
i suoi testi sono densi e pieni di ispirazioni e le sue riflessioni molto avanzate, rispetto agli anni in cui viveva.

oggi ho visto un breve documentario su di lei (realizzato grazie a un finanziamento collettivo dalla giornalista Nadia Pizzuti) insieme alla mia socia, dopo che un’altra amica l’aveva commentato cosí “eri tu, negli anni ’70, a Napoli”.

e sono lusingata ma devo dire la veritá: nell’idea dell’arte come rivoluzione condivisa (e della rivoluzione come arte condivisa), nella sfida costante alla norma-lità e alle sue categorie opprimenti (e deprimenti) ma soprattutto in quella marginalità borderline io e Rachele ci siamo ritrovate un sacco.
e ci è venuta voglia di conoscerla meglio e di farla conoscere (questo post è un primo, piccolo omaggio).

la libertá non si compra ma si paga (spesso in termini di solitudine, invisibilitá, isolamento)
ma come diceva Lina
CI SONO GUERRE, SORELLA, CHE NON SI POSSONO NON COMBATTERE

 

 

 

[nell’immagine che illustra il post Lina è in scena con un Eliogabalo.
sorrido se penso che una delle prime performance a cui presi parte era basata sul testo di Artaud dedicato all’imperatore romano. io avevo scelto di vestire i (pochi) panni della madre indecorosa. avevo una pancia finta e i capezzoli colorati di rosso, come le prostitute romane.
in una delle prime rappresentazioni (eravamo, ça va sans dire, in un centro sociale) un coglione che forse non aveva mai visto un paio di tette in vita sua cominció a fotografarmi come impazzito, accecandomi con il flash e provocando l’ira funesta del mio fidanzato dell’epoca, che trovava intollerabile la mia mancanza di pudore e che non mi parló per una settimana.
del coglione che fotografava giá non me ne fregava niente (oltretutto ero dietro a un vetro e visto che usava il flash non avrebbe ottenuto nessuna foto leggibile), ma per il fidanzato penai moltissimo, col senno di poi direi decisamente troppo.
ma poi a salvarmi – forse già lo sapete – arrivó la sorellanza…]

Uno stupro amichevole – reload

(è una versione leggermente diversa da quella originale. più matura direi.
è stata pubblicata su LASPRO rivista di narrativa sociale)

non sei sola (foto di Svalilla dal laboratorio Io Porno, Bologna 2015)
non sei sola (foto di Svalilla dal laboratorio Io Porno, Bologna 2015)

Due anni fa, all’inizio dell’estate, ebbi una conversazione illuminante con alcune amiche. Parlavamo di violenza sessuale, nello specifico di quelle che avevamo subito.
Io, un po’ smargiassa, sostenevo di non essere mai stata violentata. Mi vantavo un po’ di una serie di feature animalesche sviluppate in quanto ragazza di borgata (l’occhio del ramarro, la velocitá della gazzella e l’istinto del riccio) che singolarmente e combinate tra loro m’avevano salvato letteralmente il culo in piú d’una occasione di pericolo. Riflettevo anche sul fatto che, pur essendo una psiconauta frequentatrice abituale della via dell’eccesso, in realtá non sono mai stata una sfasciona professionale, di quelle che si mettono nei guai per candore alcolico o ingenuitá chimica.
Neanche il tempo di sentirmi cosí sveglia e fortunata insieme che una delle amiche, guardandomi a lungo negli occhi mi dice: non vorrai dirmi che nessun amico t’ha mai stuprato?
E lí ho deglutito duro e pure se non mi ricordavo bene, ho sentito che non avrei potuto rispondere che no, nessun amico mi aveva mai violentato.
Perché ci sono violenze alle quali non abbiamo il coraggio di dare questo nome; perché è troppo duro ammetterlo, perché magari in quel momento abbiamo lasciato fare, perché uno strillo non ci stava e nemmeno uno spintone – ma perché poi?
A distanza di tanti anni mi chiedo ancora perché non ho avuto il coraggio e la forza di urlargli NOOOOO, CAZZO! e di allontanarlo con una legittima dose di violenza…

La storia è semplice e banale e credo assomigli a un sacco di altre.
Lui era un mio amico. Anzi, di piú. Quando avevo vent’anni e avevo giá alle spalle qualche anno di attivismo studentesco ebbi con lui una storia d’amore breve e abbastanza tormentata. Non viveva in Italia ed era un compagno di provata fede, sensibilitá e intelligenza. Aveva una decina d’anni piú di me ma a quei tempi uno che non avesse almeno un lustro di vantaggio non lo riuscivo proprio a considerare.
Duró poco ma fu un amore intenso e pieno di parole – a quei tempi ancora si scrivevano e spedivano lettere; fu un amore illegittimo e pieno di lacrime, perché io avevo un fidanzato che non volevo lasciare, anche se mi sembrava di essere follemente innamorata di quest’altro (a quei tempi lo chiamavo il complesso di Jules et Jim ed era una primitiva consapevolezza del fatto che un uomo solo né mi sarebbe mai bastato, né avrebbe potuto mai sopportarmi intera).
Insomma Goran (chiamiamolo cosí, che era il nome che gli davo nelle poesie – sí, ero un’attivista che scriveva poesie e indossava minigonne di pelle blu elettrica – proprio normale non sono mai stata) mi tolse definitivamente di dosso il peso della forzata innocenza monogamica e poi partí per il Messico, paese dove soggiornava regolarmente durante gli inverni europei. Io intanto mi ero giá follemente innamorata di qualcun altro e lo persi un po’ di vista.
Lo ritrovai su Internet, alcuni anni dopo. Mi mandava mie foto che trovava in giro per la rete e mi diceva sempre che ero tanto bella.
Poi un giorno mi scrisse che veniva a Roma, per una mostra. Che se lo passavo a salutare, che aveva un sacco voglia di vedermi e sapere che facevo e come mi andava.
Mi andava male, mi sembra di ricordare. Risposi con entusiasmo alla sua mail e ci vedemmo la sera stessa. Era abbastanza uguale a come lo ricordavo: bassetto, biondo e con gli occhi belli, di un’intelligenza un po’ crudele. Aveva piú panza di quanto ricordassi e glielo feci notare.
Io ero stanca e dopo due canne mi sentivo una donna da buttare.
Non ricordo dove fosse la mia casa a quei tempi. Sicuramente troppo lontana, tanto che lui mi disse: se vuoi puoi fermarti a dormire da me, ho una stanza in un hotel qua vicino, tranquilla.
Ora, qualsiasi persona di buon senso che abbia vissuto anche solo pochi mesi della sua vita a Roma sa che “Tranquillo ha fatto una brutta fine”, ma come potevo non fidarmi di lui? Del compagno fondatore di riviste insurrezionaliste che aveva respirato la puzza dei piedi del subcomandante Marcos, dell’amico che m’aveva regalato un coltello, perché puó sempre servire, dell’idolo che praticava la rivoluzione permanente, dell’uomo che m’aveva sedotto raccontandomi per filo e per segno la dinamica di non so che riot di inizio anni ‘80 come se fosse la battaglia di Magenta…
Mi fidai. Salimmo in camera sua. Neanche avevamo cenato: mi buttai sul letto a peso morto e gli dissi: Domattina facciamo una bella colazione, eh?
Lui mi disse: Ti faccio un massaggio. Io gli dissi Ah non lo rifiuto di certo, peró sappi che ho sonno e ho bisogno e voglia di dormire. Lui mi disse un’altra volta Tranquilla.
Il resto è confuso e amaro di sapore. Mi tolgo la maglietta (Sennó, scusa, che massaggio è?) e affondo la testa nel cuscino.
Lui mi tocca la schiena per una decina di minuti, nemmeno, e poi si fionda sul culo. Mi vuole togliere le mutande. Io gli dico che no, ma evidentemente la protesta è troppo blanda. Sono stanca morta e comincio a capire come andrá a finire. Gli dico Dai Goran, magari domattina, è che adesso ho proprio sonno. Mi dice mettiti giú, tranquilla. Mi giro di spalle e cerco di pensare che non sono lí. Si avvicina, mi infila la faccia nella fica, poi ci mette un dito, due dita. Si muove lí dentro, mi allarga, si fa strada. Io sbuffo, mi tiro su e gli dico Ma che fai? Lui sorride e io mi sento una merda. Rimango seduta, tutta rannicchiata: mi bacia e vuole guardarmi negli occhi. Io abbasso lo sguardo e provo a dire È che non mi va e giro la testa, ma lui mi segue, mi infila la lingua in bocca, mi da un milione di odiosissimi bacini sul collo, sulle guance, dovunque arrivi.
Io sento che a sto punto dovrei piangere ma non mi va di piangere, vorrei solo dormire e allora mi rimetto giú e m’affogo nel cuscino.
Lui lo prende come un via libera e a quel punto fa tutto da solo. Sono troppo mortificata per fare qualcosa di diverso dal subire. Penso che se smetto di resistere magari finisce prima.
Si mette un preservativo, entra, stantuffa e se ne viene in un tempo che mi sembra lunghissimo, durante il quale penso che sono una stupida e che è colpa mia, che qui non ci dovevo venire e che questa storia non la sapró mai nemmeno raccontare.
Non mi ricordo la mattina dopo, so che da allora ho sempre accuratamente evitato di incontrarlo. L’ho odiato e non gliel’ho mai saputo dire.
Ho odiato me stessa per non aver saputo reagire. Per tanto tempo ho rimosso il ricordo di quella notte in cui mi sono sentita usata, tradita, insultata.
Eppure alla fine a me stessa sono riuscita a perdonare tutto: l’ingenuitá, l’incapacitá di reagire e il silenzio.
Lui non l’ho perdonato, e in fondo neanche mi interessa piú farglielo sapere. Ho fatto talmente tanti chilometri che ho smesso di considerare questa storia una questione personale.

Penso sia piú utile raccontarla alle donne – e soprattutto agli uomini – che la sapranno ascoltare.

la fine di un amore – e 3

22
LETTERE A UNA GIOVANE POETA – Adrienne Rich
1.
La foto non ti renderà giustizia
i formicai umidi e gibbuti t’impediranno di puntare
la lente sulla palude
 
i cinque cigni che sorvolano stridendo
distraggono la tua sete di definizione
e fuga
 
 
2.
 
lascia che tiri la tua vestaglia gelida e che
ti dica una parola: Ineluttabile
 
– intendendo che a questo non sfuggirai:
la peggiore delle nuove nuove
 
la storia corre avanti e indietro
nel labirinto panico
 
– io non ti toccherò di nuovo:
tua la scelta se congelare o meno
 
voglio dire, tu ed io siamo chiusi
in un laboratorio senza scienza
 
3.
 
T’allieterebbe pensare
che la poesia sia pura e possa come niente
 
prendere posto sotto bagliori di lampi
o coltri di nebbia vivere la propria vita
 
sgridata, zittita
da un lacerto di viscere che gronda nomi
 
– compositori visitano Terezin, registi Sarajevo
Cabrini-Green o Edenwald Houses
 
    ineluttabile
 
se una donna intensa quanto un qualunque artista, né più né meno
può gettarsi in un qualunque giorno giù dal quattordicesimo piano
 
ti solleverebbe sostenere  la poesia
con questo non ha a che fare?
 
4.
 
rivolta gli orli della tua distrazione
il suo rovescio sottomarino striato
 
dal flusso distruttivo del dolore
che erode e risucchia, tira e molla
 
avanti e indietro, un ordito di grotte, l’embrione della tua paura
che scalcia nel loro viscido lussureggiare protetto
dalla serra d’acqua
 
cercando, nella distrazione, di radicarsi saldamente
cercando di contrastare la corrente
di questo assurdo ripetersi
 
Guarda: con tutta la mia paura io sono qui
con te, a provare cosa comporta stare; cosa comporta andare
5.
 
Arenata. Barca a remi, piroga, presa
tra la più bassa e la più alta delle maree primaverili. Arenata. Avvenuta,
in stallo, arretrata, sí, essere generata
essere – l’infernale passivo
essere – come in Siedi, Stai, Sdraiati, Obbedisci.
Il desiderio terribile del cane che gli prende il cervello
e lo depone ai piedi calzati di stivali.
 
Tu puoi essere così per sempre – essere
come senza muoverti.
6.
 
Ma ecco come io, tuttavia, ne emergo:
spingendo in su da sotto
il capo avvolto in una sciarpa a scacchi
un casco con la torcia sulla fronte
spingendo fuori dal magma
questa faccia velata questa testa illuminata
che affronta il filtrare della morte
la bocca che ha nuotato tra i detriti
pronunciando con chiarezza
Ciao e addio
 
 
Tuttavia, chi vuole sapere
di questa bocca pallida, questo
rossetto cremisi Chi
delle mie corde vocali da travestito del mio amaro ritmare
l’occhiata in tralice che oltre la spalla getto
alle grandiose strofe e antistrofe
il mio canto, il mio ululato, i sacri resti delle mie unghie,
dei capelli, la mia dissenteria, la mia scandalosa gola allegra
 
la colonia penale del mio davanzale senza uccelli
la mia faccia giù in centro in film di Saffo ed Artaud?
 
Tutti.    Per poco
 
7.
 
Non è il déjà vu che uccide
è la preveggenza
la testa che parla dal cratere
 
Volevo andare dove
il cervello non fosse andato ancora
non volevo starci
così sola
 
di questa poesia meravigliosa, scoperta per caso qui, non ho trovato l’originale.
la dedico con tutto il cuore alle mie amate complici del Fuorisalone delle Lesbiche di Milano.

21

Ti ha toccata
l’ombra
ti ha rubato
le efelidi
Ci vorrá
tutta un’estate
per farle tornare

(Goliarda Sapienza da Ancestrale)

immagine da clickinmoms.com
immagine da clickinmoms.com

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la fine di un amore – supporti testuali (2)

15
Il Futuro – Julio Cortázar

E so molto bene che non ci sarai.
Non ci sarai nella strada,
non nel mormorio che sgorga di notte
dai pali che la illuminano,
neppure nel gesto di scegliere il menù,
o nel sorriso che alleggerisce il “tutto completo” delle sotterranee,
nei libri prestati e nell’arrivederci a domani.

Nei miei sogni non ci sarai,
nel destino originale delle parole,
nè ci sarai in un numero di telefono
o nel colore di un paio di guanti, di una blusa.
Mi infurierò, amor mio, e non sarà per te,
e non per te comprerò dolci,
all’angolo della strada mi fermerò,
a quell’angolo a cui non svolterai,
e dirò le parole che si dicono
e mangerò le cose che si mangiano
e sognerò i sogni che si sognano
e so molto bene che non ci sarai,
nè qui dentro, il carcere dove ancora ti detengo,
nè la fuori, in quel fiume di strade e di ponti.
Non ci sarai per niente, non sarai neppure ricordo,
e quando ti penserò, penserò un pensiero
che oscuramente cerca di ricordarsi di te.

(l’originale qui)

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la fine di un amore – supporti testuali

0.9
non so se è di qualche sollievo – oppure il contrario
peró la stupiditá a volte è più forte dell’amore…


(foto di Claudia Pajewski)

Ti cercherò sempre
sperando di non trovarti mai
mi hai detto all’ultimo congedo

Non ti cercherò mai
sperando sempre di trovarti
ti ho risposto

Al momento l’arguzia speculare
fu sublime
ma ogni giorno che passa
si rinsalda in me
un unico commento
e il commento dice
due imbecilli

(da Cento poesie d’amore a LadyHawke di Michele MariLadyHawke)

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la fine di un amore – paesaggio sonoro

foto di Claudia Pajewski

lo sferragliare feroce del tram
il cicaleccio fastidioso di uno scontrino
quel singhiozzo che smetti di trattenere
il fischio della caffettiera che ti sveglia
il clangore di un cancello che si chiude
il fruscio di una lampo che sale
il silenzio improvviso delle cicale
il ticchettio accelerato dell’inizio del temporale
l’urlo di una sirena nel cuore della notte
il “Favorisca i documenti”
l’eco del tuono che rimbalza nel tuo petto vuoto
il rombo sordo della valanga
la voce gracchiante del capotreno che annuncia la fine della corsa
il trapano del dentista
lo scivolare silenzioso di una lacrima
il grido del cristallo che s’infrange
la tua voce che s’incrina quando dici “Va tutto bene”
l’ululato del vento che ti graffia le orecchie
le unghie sulla lavagna
la scivolata fuoritempo del dj troppo fatto
un telefono che squilla disperato
la neve che scricchiola sotto i piedi
l’ultimo crepitare di un fuoco che muore

il rumore dei tuoi passi che si allontanano