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piccola guida al p0rn0 interessante, etico, indipendente

donna in ginocchio piegata su se stessa sovrapposta a una sezione aurea
immagine di Frida Castelli

come non cominciare questa lista dei desideri dalla prima piattaforma italiana dedicata al porno etico e indipendente?
uniporn è una distribuzione culturale indipendente, hanno una politica trasparente sui ricavi e un’etica condivisibile, che spiegano qui
il primo film che vi consiglio di vedere (visto che Insight l’avete giá visto tuttə, presumo ) è Sexplorer di Diego Tigrotto, una mokufiction assurda, sexy e divertente.

dopo che avrete guardato TUTTI i loro film, potrete passare ad altro 😉
#supportyourlocalporndistro

poi abbiamo Pinklabel una piattaforma che ha DI TUTTO. è collegata alla Pink and White Productions, una piccola impresa etica di San Francisco (boh, forse non è nemmeno piú tanto piccola), molto collegata alla comunitá queer locale, la cui figura centrale è la regista Shine Louise Houston.
ci trovate sia Crashpad Series (8 stagioni di scopate veramente queer collegate dal gioco della chiave della stanza d’albergo) e tutte le produzioni Pink and White
sia cose come Female ejaculation and other mysteries of the universe (documentario sullo squirting che vede tra le protagoniste la nostra Valentine aka Fluida Wolf, pornoattivista italiana dalle ovaie di acciaio temperato)

e poi come non parlare di lei, la mitologica Erika Lust, che ha aperto il mercato europeo al concetto di “porno al femminile” (negli Stati Uniti esisteva giá dal 1980 la Femme Production di Candida Royalle) e lo ha poi trasformato agilmente in porno femminista – definizione che mi pare che a volte gli va un po’ grande, ma comunque la qualitá è sempre godibile.
Xconfessions è nato come piattaforma di condivisione di fantasie sessuali che la stessa Erika poi trasformava in film; negli ultimi anni ha poi lasciato spazio anche ad altre registe – tra le autrici che ha prodotto c’è anche la nostra Lidia Ravviso, ex ragazza del porno ora arruolata nell’esercito della lussuria.
lust cinema mi pare un po’ piú tradizionalone ma non conosco nessuno dei film, lo ammetto.

a seguire, la mia favorita, Four chambers un collettivo guidato dalla carismatica Vex Ashley, che per me è top di gamma.
ispirazioni letterarie, raffinatezza formale, un’eleganza che a me personalmente mi fa sbrodolare in maniera incontrollata (infatti mi funzionano anche solo le preview – ma so’ gusti, e lo sappiamo)

un altro personaggio molto interessante è Antonio Da Silva che ha veramente molto talento e riesce a non essere monotematico nell’esplorazione dell’universo maschile.
il primo film suo che ho visto e che mi ha folgorata lo potete vedere gratuitamente.

un altro autore interessante è Theo Meow, di cui ho visto diverse cose in giro per festival ma sono riuscita a trovare solo Urban Smut, che in realtá è una raccolta di 5 cortometraggi di vari autori della scena berlinese. se vi piace il porno queer e quel tipo di estetica direi Berghain è un po’ il massimo della vita.

poi abbiamo la giovane e promettente Lucie Blush, decisamente femminista – e fa piacere. i suoi film che ho visto (pochi) li ho trovati abbastanza coinvolgenti. la fotografia potrebbe migliorare ma tra spontaneitá e perfezione formale, voi che scegliete?
qui la stessa Lucie consiglia i suoi siti di porno preferiti.

poi ci sta la Blue Artichoke, casa di produzione abbastanza storica. il nome di Jennifer Lyon Bell gira da molti anni – di sicuro è una che sa fare film porno, il poco che ho visto era comunque notevole.

in coda i Rosario Gallardo, che mi sono simpatici come una lavatrice di calzini ma devo ammettere che hanno un’estetica veramente sovversiva rispetto al panorama dominante, quindi non potevo proprio non nominarli. se vi attirano, enjoy!

e last but not least, una raccomandazione caldissima che ci arriva proprio da Valentine aka Fluida Wolf:
loro sono Aorta films e il loro porno è evidentemente queer e sperimentale ma ha anche un’intensitá e una densitá peculiari. se nel sesso cercate anche la poesia, lí ce la trovate.

e su suggerimento di Fabietto ricordiamo anche Courtney Trouble, un’altra attivista storica, bodypositive da molto prima che il termine e il concetto diventassero patrimonio comune. le sue distro sono queerporn.tv e indiepornrevolution.

se tutto questo non vi basta e volete qualche strumento per cercare porno di qualitá in rete vi consiglio di seguire le mollichine dei vari porn+film+festival nel mondo, nelle programmazioni troverete nomi interessanti da ricercare (e a volte, vista la presente situazione pandemica, si presentano ghiotte occasioni di pornovisione online).

vi segnalo poi Inside Porn, pagina FB dedicata a un progetto di ricerca sulla pornografia.

e, last but not least, vi suggerisco due articoletti che ho scritto negli anni passati:
uno molto semplice che spiega alcune nomenclature del new porn (la differenza tra femminile e femminista, per esempio)
e un altro – sempre semplice ma abbastanza ambizioso – sul senso della ricerca audiovisuale di materiali che possano arricchire il nostro immaginario erotico, del perché lo facciamo e perché è giusto e legittimo farlo.

poi oh, se il porno non vi piace e non vi stimola puó essere pure
peró se è cosí e siete arrivatə a leggere fino a qua siete un po’ masochistə, forse.

se invece era tanto tempo che aspettavate questo piccolo vademecum, prendevelo, godetene e in cambio amatemi pure se vi ho fatto aspettare 😉 #lovetakestime (e il porno, se è buono, pure)

dentro la ZONA ROSSA

© Lorenzo Castore / LUZphoto
Dentro la ZONA ROSSA – un invito all’attivazione sensoriale nella stagione cupa del distanziamento
COS’È?
un’esplorazione collettiva in forma di laboratorio online: 4 incontri per perderci e ritrovarci nel labirinto del desiderio attraverso letture, scritture, elaborazione di immagini e altre sperimentazioni personali e condivise.
COME FUNZIONA
è un laboratorio online di ricerca attiva su corpo, sesso e piacere: verranno proposte delle tracce di lavoro, degli input sui quali lavorare separatamente i cui risultati verranno messi in comune durante gli incontri.
CHI
io sono Slavina, pornoattivista ed esperta in educazione sessuale.
voi dovete aver compiuto la maggiore etá e aver voglia di mettervi in gioco e creare, nel rispetto, un ambito di intimitá condivisa.
lavoreremo con un piccolo gruppo di 6 partecipanti.
QUANDO
un sabato o domenica su due a partire dal 19 e 20 dicembre, in orario serale.
(a seconda delle necessitá delle persone partecipanti si potranno immaginare altri appuntamenti).
PERCHÉ
per non rassegnarci all’isolamento.
perché i momenti di merda devono servire a concimare il futuro.
perché il piacere è una dimensione essenziale al nostro benessere psicofisico e nell’ansia dell’emergenza sanitaria rischiamo di perderlo di vista anche se viviamo delle relazioni soddisfacenti (a maggior ragione se invece stiamo attraversando un momento di frustrazione sentimentale o sessuale).
per avere maggiori informazioni o iscrivervi, scrivetemi a ziaslavina@gmail.com – possibilmente con oggetto ZONA ROSSA

invece, Salvo (quasi un coccodrillo)

quanto tempo è giá passato dalla morte di Salvatore Ricciardi, il nostro amico e compagno Salvo?

durante il lockdown il tempo ha assunto una consistenza viscosa, rimaneva appiccicato, non fluiva – e adesso che la vita sembra in qualche modo riprendere il suo corso continuo a non sapere bene che giorno è ma soprattutto a calcolare le distanze.
so che riesco a pensare a Salvatore senza piangere a dirotto, quindi ne posso scrivere abbastanza serenamente e anche con una qualche pretesa di luciditá.

ho scoperto dopo la sua morte che i suoi compagni (brigatisti e no) lo chiamavano “il vecchio” – perché aveva la stessa etá di Curcio, quindi mediamente 10 anni di piú degli altri e le altre.
ma Salvo non era per niente vecchio neanche adesso, anzi credo di non aver mai conosciuto una persona cosí poco vecchia nel senso negativo che si puó attribuire al termine. a 80 anni suonati Salvatore era rimasto un ragazzo per freschezza, curiositá intellettuale e sventatezza.

Salvo fino all’ultimo è rimasto davanti, potremmo dire.
credo che un po’ gli farebbe piacere. gongolerebbe sotto i baffi con quel sorriso sornione ma senza indugiare nel compiacimento – a un certo punto direbbe una cosa come “ma che ce voleva, l’avrebbe fatto chiunque” perché ogni persona misura le possibilitá col metro suo e forse pure per questo Salvo aveva sempre creduto e continuava a credere nei processi rivoluzionari.

a me fa piacere provare a raccontare cosa è stato lui per la mia vita di attivista – una pietra miliare, uno di quelli che Brecht chiama gli imprescindibili.

quando ho saputo della sua esistenza avevo appena cominciato a frequentare Odio il carcere, un collettivo abolizionista romano che successivamente si sarebbe ampliato e trasformato in Liberiamoci dal carcere. la prima azione che facemmo (o forse solo la prima in cui partecipai io, abbiate pazienza se la mia memoria egoriferita fa cilecca ma parliamo degli ultimi anni del secolo scorso e in mezzo c’è stato di tutto) fu proprio per chiedere la liberazione di Salvatore, che aveva giá passato piú di vent’anni in galera ed aveva una cardiopatia grave.

la prima performance della mia vita fu per lui. a pensarlo il cuore un po’ scricchiola.

eravamo una decina persone vestite con delle camicie e magliette bianche che avevamo imbottito di bustine di sangue finto; fuori dal Tribunale a un certo punto inscenammo una apocalisse pulp sputando sangue e aprendoci immaginari squarci in petto e finendo schiattati in terra – perché di carcere si muore, anche se nessuno lo dice e non si vede, stavamo a significare. e Salvatore se rimaneva dentro sarebbe morto, quindi doveva uscire.

lo facemmo un paio di volte questo delirio ematico in strada, poi una compagna avvocata ci disse che dovevamo smettere, che ci avrebbero dato “procurato allarme” come se fosse un capo di imputazione infamissimo e pericoloso e poi dai, ci stanno pure i bambini a quell’ore, magari si spaventano, siete un po’ terroristi, puó diventare controproducente…

e allora facemmo pure altre cose e alla fine Salvatore uscí e si uní al collettivo, che anche grazie al suo contributo diventó piú simile a un movimento e riuscí a mobilitare un sacco di realtá diverse e a fare cose che hanno lasciato il segno, nell’immaginario militante di quegli anni – credo non solo romano: le street parade fino a Rebibbia, il Capodanno, la Scarceranda.

in mezzo a queste tante cose, rischio di dimenticare la televisione. una specie di televisione. la nostra televisione.
si chiamava Candida e fu prima di tutto una trasmissione a puntate che andava su una emittente locale laziale, duró 9 settimane appena prima del 2000 – poi fu un sacco di altre cose pure, ma cominció cosí, come un contenitore che volevamo generalista (credevamo nell’intelligenza collettiva, nella nostra e in quella del pubblico – e ci credevamo troppo, poveri noi) ed era ripieno di formati e numeri zero deliranti che parlavano di poesia, tecnologia, droga, musica e tifoserie varie.

e parlavamo anche di carcere, il formato sul carcere lo curavo io proprio insieme a Salvatore, tra gli altri e le altre.
si chiamava Control Alt, aveva una sigla bellissima e nella prima puntata ci sta questa specie di sketch dove mi avvicino troppo al carcere e una voce minacciosa mi chiede i documenti. ecco, la voce minacciosa era di Salvatore – che provó un po’ a negarsi rivendicando un minimo di decenza (Ma che me fate fa la guardia?) ma che alla fine si arrese e si prestó ridendo.

poi finí l’avventura di Candida e finí tutto per me a Roma. il mio ultimo ricordo da resident è il Pink paint party, movimento rosa della frivolezza tattica col quale sperimentammo piú volte la strada come luogo da occupare, significare e rendere vivo attraverso azioni e rappresentazioni – e Salvo sempre lí, eterno fiancheggiatore, curioso delle nuove forme, a volte critico ma mai trombone, mai distante, lui con quella storia di rivolta cruenta e senza mediazioni era sempre capace di avvicinarsi con rispetto e non far pesare mai la differenza a noi che sparavamo solo glitter e al massimo cazzate…

e poi, il momento piú bello nella mia memoria.

quando tornai a Roma da attivista postporno, cominciando a spargere fluidi e verbo – che la sessualitá era un fatto politico e che ci mancavano riflessioni e pratiche su questo punto, come movimento.

trovai qualche entusiasmo bello, soprattutto femminile, ma da parte dei compagni soprattutto una strana condiscendenza infastidita, tipo Sí vabbè, ma vai a giocare un po’ piú in lá mentre noi continuiamo a fare le cose serie.

invece, Salvo.

ce l’ho impresso nella memoria, con il suo cappelletto e il suo sorriso. siamo in corteo, dalle parti di via Cavour. io che non lo vedevo da un po’ gli attacco una pippa spiego cos’è sta roba che mi appassiona, gli do qualche riferimento teorico, gli racconto delle robe.

e lui contento, mi ascolta con attenzione e poi mi dice Fai bene ad occuparti di questo ambito. Ma lo sai quale fu la prima cosa che fecero i nazisti quando presero il potere? Perseguitarono le libertá sessuali e chi se ne occupava, guardati la storia di Magnus Hirschfeld e l’Istituto di Scienze Sessuali di Berlino.

Salvatore sembrava che sapesse tutto, non aveva mai smesso di studiare e tutto quello che sapeva era capace di metterlo a disposizione senza farlo pesare.
a me questa informazione aprí un mondo. la legittimazione che m’aveva riconosciuto lui fu una sorta di benedizione, che mi è risuonata spesso dentro quando mi sono trovata davanti a boicottaggi o sorrisetti di circostanza.

poi il tempo è passato troppo rapido e io a Salvo non l’ho piú visto e non l’ho salutato e adesso sí che un po’ piango.

peró me lo porto dentro, ma proprio dentro a livello di cellule perché no, non è solo memoria e ricordo, certe persone sono pezzi di vita e pure se l’identitá è un concetto che vorrei superato nella mia ci sta Salvatore il mio amico delle Brigate Rosse
che a una serata stiamo seduti vicini e mi attacca bottone un tipo muscoloso che quando se ne va Salvo commenta ghignando “Adesso va di moda questa cosa dei muscoli tra i compagni… all’epoca mia di muscolo ne avevamo solo uno” e muove l’indice come a premere il grilletto di una pistola immaginaria
e io quando ci penso ancora rido come una cretina.

Grazie di tutto Salvo
hasta la victoria, siempre con un sorriso.

Generare Indipendenza (campagna abbonamenti DINAMOpress)

Genero indipendenza perché coltivo da sempre una radicalitá serena e insopprimibile
e questa scelta – che non è solo astratta e concettuale, ma di posizionamento nella realtà (di chi vive in maniera precaria e senza alcuna garanzia di sorta)
mi fa sentire vicina a DINAMOpress, un media indipendente veramente.

Genero indipendenza perché sono femminista e parto da me, dalla coerenza con cui io mi metto in gioco e che vorrei in parole e fatti.

Genero indipendenza perché vent’anni fa nasceva Indymedia, che a un certo punto è morta ma forse invece vive ancora in tutti i tentativi di critica ragionata e collettiva al sistema-informazione.
direi che sarebbe il caso di farne riuscire almeno uno.

per questo partecipo alla campagna di abbonamenti di DINAMOpress
e vi invito a farlo, con il contributo che potete dare e facendola girare il più possibile, con ogni media necessario.

 

sin putas no hay revolución

oggi è il 17 dicembre, giornata mondiale contro la violenza nei confronti delle/dei sexworkers e la vorrei celebrare condividendo il trailer di un video che ho visto ieri sera e che mi ha chiarito una delle accezioni possibili dello slogan Sin putas no hay feminismo.

all’autrice Nuria Güell (una artista catalana che ammiro moltissimo, il cui lavoro spesso analizza il funzionamento delle istituzioni con l’obiettivo di sabotarne i meccanismi di controllo e oppressione) interessava esplorare la relazione tra Patria e Patriarcato, quindi per carpire i segreti della maschilità [egemonica] ha deciso di contrattare alcune prostitute e costruire questo saggio audiovisuale in 12 capitoli (De Putas, un ensayo sobre la masculinidad) che apre un spiraglio molto interessante sulla parte in ombra dell’essere uomo – e che va molto al di lá dell’ambito esclusivamente sessuale, è proprio questione di identitá.

il “campione” delle prostitute è abbastanza limitato (ce ne sono alcune che lavorano in casa e altre che lavorano sulla strada, in totale le intervistate sono sette) ma rappresentativo – molte di loro parlano anche della prostituzione da club di alterne [sono una sorta di bordelli travestiti da night club che qua in Spagna prosperano in un limbo ai margini della legalità] e ovviamente per ogni settore l’approccio del cliente è diverso – cosí come differenti sono i livelli di insicurezza e di rischio di subire violenza.

il ritratto del maschio che ricorre ai servizi sessuali a pagamento è quasi sempre terrificante (sebbene invece possa sorprendere la eterogeneità delle esigenze vitali che il rapporto con la prostituta copre), ma non tanto perché il lavoro sessuale sia intrinsecamente degradante, come le proibizioniste ci vorrebbero far credere: proprio per il posizionamento che questa attività ha nella scala di valori della nostra società ipocrita e perbenista – e quando parlo di questa attività mi riferisco in generale al sesso, non solo a quello a pagamento.

uomini che pagano per lamentarsi ed essere ascoltati, uomini che pagano per essere sottomessi e dominati, uomini che ancora si vergognano a chiedere *certe cose* alle legittime consorti (che anno èeeeeeee, che giorno èeeeeee), uomini che pagano soltanto per sentirsi dei maschioni davanti agli amici e cosa poi veramente succeda dentro quelle stanze è un mistero: è quel mistero che, se venisse alla luce, forse darebbe la spallata definitiva a questo patriarcato che da un coma pluriennale continua a farci del male, pur di non schiattare definitivamente.

è per questa ragione che l’alleanza con le sorelle puttane è vitale e importantissima – innanzitutto perché è assolutamente insostenibile una posizione proibizionista quando sono in gioco non solo i diritti a livello lavorativo ma proprio le vite di tante, tantissime persone [ come ricordava ieri sera la brillante Lucia Egaña è importante usare la parola proibizionismo al posto di abolizionismo, poiché quest’ultimo definisce delle lotte di liberazione – dal carcere, dalla segregazione razziale – infatti la prostituzione si proibisce e il lavoro si abolisce. chiaro, no? 😉 ] e poi proprio per quanto sono preziose le informazioni ed essenziali i saperi che si sviluppano in quella zona d’ombra in cui si avventurano solo quelle tra di noi più generose, audaci o disperate.

e sia il film di Nuria che questo mio umile contributo sono pieni di affetto, rispetto e sorellanza per loro.

(non) prendiamoci per il culo

com’era che diceva quella canzone? Dammi tre parole, solo sesso anale!

no, non diceva cosí e nemmeno fa veramente rima ma ci stava proprio bene e io la cantavo con più soddisfazione dell’originale – e siccome oggi, per gentile intercessione di Pleasure room (sex shop online con toys per tutti i gusti e tutte le tasche) parliamo proprio di culo mi sembrava carino cominciare cantando, un po’ per sdrammatizzare.

giá, perché purtroppo intorno alle pratiche sessuali anali c’è ancora un mix abbastanza fastidioso di ignoranza, pregiudizio e stigma. nonostante ormai da tempo dalle sexpert illuminate ai filosofi di tendenza si alzi poderosa la voce che legittima il sesso anale come forma suprema (poiché reciproca, improduttiva e sovversiva) del coito, sopravvive l’idea che l’inculata debba essere per forza un fatto doloroso ed espressione di una sottomissione imposta. basta pensare a quasi QUALSIASI modo di dire che ha a che fare col culo… e subito ti passa la voglia (a meno che tu non sia alla ricerca proprio di un’esperienza di dominazione, umiliazione e dolore fisico).

la verità è che il sesso anale puó avvenire anche senza strazio, può essere un gioco nel quale la soggezione (intesa come mettersi nelle mani del/la partner) non implica alcun tipo di degradazione: le palline (o perline) servono proprio a questo, a scoprire le infinite possibilità di piacere del culo nostro o di chi ci accompagna senza passare per alcuna dinamica di potere più o meno metaforizzata – ma soprattutto senza spargimento di sangue ne’ lacrime.

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selfie esteem

pensavo di amarlo. lui m’aveva preso per vanitá: ero caduta di peso in quella trappola tipica del narcisista, che è capace di farti  intravedere possibilitá di infinita meraviglia per poi concedersi col contagocce. la sua poca disponibilitá mi faceva sentire insicura e mi sembrava un gioco sporco, anche se a posteriori sono quasi sicura che non lo attuasse consapevolmente. il problema era che giocavo sola. avevo bisogno di lui come uno specchio in cui guardarmi per trovarmi ancora desiderabile, follemente desiderabile, molto piú che desiderabile… meritevole di amore. ma nei suoi occhi sfuggenti quell’amore non c’era e anche se non gliene ho mai fatto una colpa neanche sono stata capace di ingannarmi. questo selfie non so nemmeno se gliel’ho mai spedito. non mi sembrava abbastanza. non mi sentivo abbastanza. mi stavo guardando nello specchio sbagliato.

 

il tempo corre in fretta.

passati due, tre anni giá siamo a una distanza assoluta dalle immagini che abbiamo prodotto.

torno a voler ragionare sui selfie porno (discorso aperto anche piú di due, tre anni fa…) e sul contesto che li alimenta e le narrazioni che generano.

se avete qualcosa da dire e da farmi vedere, scrivetemi a

ziaslavina@gmail.com

Lemebel, il film di Joanna Reposi

dopo la bellissima serata al Gender Bender, Lemebel è diventato ufficialmente Pedro nostro.

mio lo era da un po’, da quando lessi per la prima volta Manifiesto e scoprii il poeta cileno “figlio del fornaio” che rivendicava il punto politico sovversivo della sua omosessualitá contro le logiche sessiste e maschiliste di tanta Sinistra

e non mi stancheró mai di ringraziare e osannare Edicola Edizioni per aver pubblicato in italiano Di perle e cicatrici, generando tutto un movimento collettivo di amoroso interesse intorno alla figura di Pedro.

una persona capace di generare amore e rispetto al tempo stesso: della radicalitá di Lemebel questo è il tratto che mi sembra piú significativo. non arretrare di un passo ma essendo capace di mantenersi dolce e accogliente, non compiacere mai il potere, deriderlo in qualunque forma si presenti, usare l’ironia e l’autoironia non semplicemente come armi ma come strumento di mediazione e interpretazione di una realtá a volte troppo dura da nominare – ma senza arretrare di un passo.

l’ho detto e lo ridico, che Pedro stava sempre nella prima linea del fuoco.

e questo documentario ce lo restituisce in tutta la sua tremenda grandezza, tremenda perché fa tremare, fa piangere pure chi arriva al cinema e non sapeva proprio chi cavolo era questa frocia meravigliosa venuta da un quartiere povero di Santiago, che usó la performance come linguaggio di contestazione giá negli anni della dittatura di Pinochet e successivamente la narrazione come performance – che quando Pedro racconta tutto è vero anzi piú che vero, è qualcosa che non solo leggi ma lo senti proprio che ti palpita in qualche punto del corpo e ti trasporta nei luoghi, te li fa vedere e vivere

e infatti per chi invece Pedro giá lo ama è molto emozionante vedere nel film alcuni dei luoghi che lui descrive nelle cronache, entrare dentro la sua casa e accompagnarlo in giro fino all’ultimo.

il documentario è un lavoro molto bello, non lo dico solo io – ha vinto la Berlinale di quest’anno. è un lavoro (sí, mi ripeto ancora) pieno di amore, per la persona e per il personaggio, per tutto quello che Pedro per tanta gente ha significato.

la regista è bravissima a costruire un momento di intimitá profonda, è capace di trasformare gli spazi chiusi in spazi aperti e viceversa e soprattutto di integrare formati tra loro diversissimi, costruendo una narrazione che ricorre tutta la vita di Pedro e che a volte è straziante e a volte è esilarante.

è un film che dovrebbe girare tantissimo e io spero proprio che riesca ad arrivare in Italia.

Per forza o per amore: storie di donne a Barcelona

milizie repubblicane della Guerra Civile (1936-39)

Dopo alcuni anni di lavoro come informatrice turistica mi sono decisa a organizzare un tour che potesse unire il mio amore per la città di Barcelona, la sua storia e i suoi segreti con la prospettiva femminista della herstory, che punta a restituire una narrazione da protagonista a l’altra metà della Storia.

Donne famose o sconosciute, bambine sovversive e signore ribelli, sante e prostitute: in questa passeggiata femminista (la cui lunghezza e ampiezza potrà essere pianificata su misura in base alle necessità del gruppo) conosceremo insieme alcuni luoghi ed episodi della storia delle donne della città catalana.

Se avete in programma una visita a Barcelona nelle prossime settimane e volete saperne di più di questa proposta, potete scrivermi a ziaslavina@gmail.com

PS prima che informatrice turistica sono un’attivista transfemminista e direi storyteller se non mi sembrasse troppo hipster 😉

I’m intersex. You are trans.

And you are my sister and I love you (¹)

dal laboratorio Sadomaso per principianti a cura di nita

Ho tolto il seno a 21 anni, quando chiesi a mia nonna a chi l’avessero rimontato mi disse: “a quella cori arzate viè a vedè”
stavamo nella stanza della clinica e sotto la finestra stava passando un’attrice con due canotti al posto delle labbra, il chirurgo secondo me aveva studiato pizzo al tombolo perché mi ha fatto un lavoro perfetto al dritto e al rovescio, seimila euro sull’unghia in una clinica convenzionata, cornetto e cappuccino costavano appena 30 euro, na sciocchezza.

Prendo ormoni da 13 anni all’inizio in gel poi ce so andata a rota, ho alzato il dosaggio e ho iniziato a farlo intramuscolare, una puntura ogni 17/18 settimane e stai una favola anzi diventi la favola che ti racconti, il testosterone non mi fa sentire più virile, potente, maschio e soprattutto rabbioso, penso che se sei stronzo ce parti da casa non sono gli ormoni hai proprio un carattere di merda di tuo, al testosterone viene dato un valore maschile riempiendolo di contenuti socio-culturali che una sostanza sintetizzata in se non ha
il fatto che ti faccia venire barba e peli non è indicativo di niente nello specifico, il valore dei simboli muta da soggetto a soggetto e anche i simboli mutano, magari prendi testosterone e poi ti fai la ceretta perché il modello di maschilità a cui vuoi aderire non concerne la presenza dei peli, ogni persona trans viaggia verso un’idea di se che non è mai binaria o non binaria ad esserlo sono le politiche del corpo e sul corpo, noi siamo altro, oltre.

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