usos de lo erótico: lo erótico como poder

(ponencia presentada en el Cuarto Congreso de Berkshire sobre la Historia de las Mujeres, Mount Holyoke College, 25 de agosto de 1978)

Existen muchas clases de poder; los que se utilizan y los que no se utilizan, los reconocidos o los que apenas se reconocen. Lo erótico es un recurso que reside en el interior de todas nosotras, asentado en un plano profundamente femenino y espiritual, y firmemente enraizado en el poder de nuestros sentimientos inexpresados y aún por reconocer. Para perpetuarse, toda opresión debe corromper o distorsionar las fuentes de poder inherentes a la cultura de los oprimidos de las que puede surgir energía para el cambio. En el caso de las mujeres, esto se ha traducido en la supresión de lo erótico como fuente de poder e información en nuestras vidas.

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By your side

laboratorio pornoamoroso per coppie inquiete
21-22 gennaio 2017 a Arti e Tradizioni – Garzigliana (TO)

Puó l’intesa sessuale resistere al logorio del tempo?
Quali sono i segreti di una comunicazione di coppia efficace?
Perché alcune relazioni crescono e altre invecchiano?
Come mantenere viva l’attrazione?

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By your side si propone come momento di riflessione attiva e partecipata per coppie in cerca di nuovi stimoli o che abbiano voglia di ripensare la loro vita a due.
Un’esperienza collettiva dedicata al benessere e alla salute sessuale, due giorni di immersione nella teoria e pratica della relazione coordinati da Slavina, pornoattivista e sex coach.
Un weekend pieno di momenti diversi che offriranno alle coppie partecipanti la possibilità di giocare e mettersi in gioco per affrontare con un approccio creativo e positivo le problematiche della vita condivisa. Ripensando insieme le risorse e le ragioni del vivere insieme per ricostruire un ambito di complicità, valorizzare il privilegio di essersi scelti, aprirsi a nuove forme di trasgressione in uno spazio safe.

Temi trattati

– la risposta sessuale nell’uomo e nella donna: affinitá e divergenze
– spazi in comune, spazi indipendenti: l’idea di privato in una dinamica di coppia–cosa scegliamo di condividere, cosa no
– la comunicazione: c’è ancora qualcosa che non riusciamo a dire?
– il tempo dell’amore: come ritagliarsi momenti a due nel tempo alienato della quotidianità
– la gratificazione: quanto conta sentirsi desiderabili agli occhi del/la partner
– conosci il tuo corpo, riconosci il tuo piacere: l’importanza dell’autoerotismo
– quante deviazioni hai? feticismi e parafilie: forme diverse di provare piacere
– sesso orale e anale: anche se pensiamo di conoscerli bene un ripasso non fa male
– role playing, dinamiche di dominazione/sottomissione, bondage: a che gioco giochiamo?

Metodologia
Ogni tema verrà affrontato con una presentazione teorica, una discussione e una dinamica (non necessariamente in quest’ordine).

Target
Il laboratorio è rivolto a coppie unite sentimentalmente da poco o molto tempo, sia etero che omosessuali, poliamorose o monogame. Ogni orientamento sará rispettato, con la consapevolezza che il confronto tra esperienze e opinioni diverse arricchisce. Consegneremo un questionario previo per conoscere anticipatamente le tendenze ed eventuali punti critici di ogni coppia.

Non è richiesto un alto livello di disibinizione fisico (non sará necessario spogliarsi ne’ sperimentare in loco le proposte creative sulle quali ci confronteremo) ma è indispensabile la voglia di condividere il racconto della propria relazione, per farla diventare una risorsa esperienziale collettiva.

Tempistica
Arrivo alle 12 di sabato 21 gennaio. Prima presentazione e a seguire pranzo
Nel pomeriggio attivitá e a seguire cena.
Le attivitá ricominciano domenica 22 alle 10 per concludersi intorno alle 16.30/17

Quota di partecipazione: 170 euro a coppia (la quota comprende tutti i pasti e l’ospitalitá)

Il numero minimo di partecipanti è 10 persone e il massimo 16 – la quota è calcolata sulla base del numero minimo di partecipanti: nel caso si superasse la quota verrá abbassata proporzionalmente.


prenotazioni: andrea@artietradizioni.it – tel: 3385812914

per maggiori informazioni potete scrivere a ziaslavina@gmail.com

e se volete sapere cos’è Arti e tradizioni guardate qui

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un tempo per raccogliere

[un piccolo omaggio alla mia occupazione preferita nei tramonti di fine estate.
scritto e buttato online senza neanche rileggere: sto incartata su una roba impegnativa e avevo bisogno di buttar giù una storia piccola e porca in prima persona]

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Raccolgo more nel cammino sterrato appena fuori dal paese.

Ho un vestitino corto di cotone leggero, che mi piace tanto come mi si stringe addosso ma trovo un po’ imbarazzante, per altri versi: è bianco a fiorelloni colorati e mi fa sembrare una che non s’è arresa alla sua etá.

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io e la mia miseria

non so voi, ma io sono un po’ ossessionata dalla coerenza.

non che riesca ad esserlo sempre – coerente – ma almeno ci provo… e soprattutto nei comportamenti che riguardano l’ambito affettivo-relazionale cerco di non predicare bene razzolando di merda e di non ripetere errori altrui che mi hanno ferita.

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Parole che dice il corpo

Perché scriviamo?
Per chiarirci le idee. Per fermare un ricordo o per rielaborarlo. Per raccontarci. Per comunicare.
Qualunque sia la ragione per cui lo facciamo, a volte ci sembra di non avere abbastanza strumenti per farlo, come se avessimo bisogno di imbrigliare la potenza della nostra espressione in formati riconoscibili per renderla intellegibile.
E se invece lasciassimo parlare il corpo?
A volte vorremmo che la scrittura fosse un ponte e invece rimane un recinto rassicurante ma chiuso. Un’espressione che rimane muta anche quando sentiamo di avere tante cose da dire.
È possibile trasformare la scrittura, esperienza singola e solitaria, in una pratica di socializzazione?

immagine di H. Passarello dal cabaret L'euphorie du corps rebelle

immagine di H. Passarello – dal cabaret L’euphorie du corps rebelle

Parole che dice il corpo è un laboratorio di scrittura erotica che si svolge in due sessioni: la prima dedicata alla presentazione e analisi dei modelli di rappresentazione letteraria, la seconda piú centrata sul gioco e la condivisione. In entrambe le sessioni sono previsti esperimenti di scrittura singolare e collettiva.

Attraverso l’esperienza del laboratorio proponiamo un avvicinamento alla scrittura erotica come tattica di impoteramento femminista – dalla stanza tutta per sé alla stanza tutta per noi.


L’erotico si colloca tra l’inizio del nostro senso di sé e il caos del nostro sentire piú profondo. É un senso di soddisfazione interiore al quale, una volta sperimentato, sappiamo di poter aspirare. Perchè dopo aver sperimentato la pienezza di questo sentire profondo e averne riconosciuto il potere, noi non possiamo, in onore e rispetto di noi, pretendere di meno da noi stesse.
(Audre Lorde – Usi dell’erotico: l’erotico come potere)

Definiamo scrittura erotica l’ambito formale che interessa corpo, desiderio e sessualitá ma che secondo l’interpretazione di Lorde riguarda, in realtá, la potenza non razionale e non addomesticabile che viene dalle viscere.

Il laboratorio è pensato come misto e strutturato secondo principi di partecipazione femminista, orizzontali e di rispetto reciproco. Riconosciamo il corpo sociale come corpo erotico e l’intento del laboratorio è dargli voce nelle modalitá (che dovrebbero essere) proprie della politica in cui ci riconosciamo e che pratichiamo nelle nostre lotte quotidiane.

 

PAROLE CHE DICE IL CORPO
si terrà
a Roma mercoledí 25 e giovedí 26 maggio dalle 20 alle 22.30 presso ESC atelier (via dei Volsci 159)
a Bologna venerdì 27 e sabato 28 maggio dalle 18 alle 20.30 presso Barrinque, fiera della piccola editoria organizzata da Gateway in collaborazione con CostaArena

Per partecipare è necessario iscriversi scrivendo una mail a ziaslavina@gmail.com.
Il contributo di partecipazione richiesto è di 15 euro.

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quella non ero io

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ho fatto un sogno.
ho sognato che ero una persona normale.
che mi innamoravo di una persona per volta – e che ero gelosa, pure.
ho sognato che avevo un lavoro vero
e due figli, perchè una volta che ne hai fatto uno, che non glielo fai un fratellino?
che invece che sentire nel profondo ogni ingiustizia compiuta in qualsiasi parte del mondo
mi piaceva andare in giro per negozi e sapevo approfittare dei saldi.
che quando qualcuno mi diceva “Ma sono solo povera gente che scappa dalla guerra”
ero capace di rispondere piccata “Eh ma anche qua c’è gente che non arriva a fine mese”.
ho sognato che avevo fatto carriera
e che continuavo convinta a farmi la punta ai gomiti tutte le mattine.
che avevo la valigia pronta dal giorno prima di partire
e che c’era sempre qualcuno che mi veniva a prendere all’aereoporto o alla stazione.
ho sognato che quello che avevo mi bastava,
che ero un’isola felice ed egoista
che non avevo neanche un capello bianco a ricordarmi fatiche, preoccupazioni e sconfitte.

poi mi sono svegliata e invece ero io.
e a parte i capelli bianchi, mi andava bene tutto com’era
perchè era tutto mio.

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La notte è nostra*

Scommettiamo su un femminismo che ci definisca per ciò che facciamo, non per ciò che dica che siamo. Scommettiamo su un femminismo autocritico, dall’interno verso l’esterno, che riveda le nostre pratiche quotidiane, le nostre relazioni. Un femminismo che sia capace di smascherare tutti gli spazi che il patriarcato occupa nelle nostre vite. Che lo affronti e non rimanga in silenzio.

Un femminismo che non sia una toppa su una maglietta, una spilla in più, una posa plastica. Un femminismo che ci insegni a riconoscere il poliziotto patriarcale che anche noi abbiamo dentro, e che vogliamo distruggere tanto come la polizia fuori. Scommettiamo su un femminismo che sia un processo capace di liberarci e che sia capace di riconoscere i privilegi che oggi ci permettono stare qui: abbiamo la possibilità fisica di spostarci, non ci hanno deportate, non siamo rinchiuse per una diagnosi o una sentenza, non siamo una delle 80 donne assassinate nel 2015, o delle 17 dall’inizio del 2016.

Non siamo nemmeno nessuna delle molte persone trans, le cui morti neppure si prendono in considerazione nelle statistiche sulla violenza di genere. La Eteronorma esclude e aggredisce ogni giorno, decidendo chi è valida e chi no, in un sistema che castiga la differenza e la dissidenza. Alan**, non ti dimentichiamo, e neanche a moltx altrx. Davanti alla normalizzazione delle violenze, vogliamo costruire una risposta collettiva che organizzi la nostra rabbia. Davanti alla norma etero, resistenza e provocazione costanti.

No, non ci siamo tutte e non ci stancheremo di ripeterlo. Mancano le nostre sorelle imprigionate, le psichiatrizzate, le deportate, quelle che portano sulle spalle tutte le cure alle loro famiglie o alle famiglie di altre-i, quelle che hanno un lavoro di merda e non possono lasciarlo, quelle che vivono relazioni di controllo e di violenza, quelle che non hanno avuto il diritto di migrare.

No, non siamo tutte e non ci fermeremo finchè nessuna mancherà. Il femminismo non può essere solo per bianche, non può essere solo di classe media, per accademiche, cis e eterosessuali. Per questo scommettiamo per un femminismo che faccia scoppiare le frontiere, le prigioni, i privilegi e le taglie. Per questo scommettiamo su un femminismo che vada su sedia a rotelle, che cammini nell’oscurità, che vibri, che si adatti ai ritmi di ognuna, che si accompagni. Un femminismo generato dalle nostre distinte capacità, non le nostre capacità adattate al femminismo.

Un femminismo che metta al centro la cura. Siamo stufe del produttivismo, di essere schiave delle agende, di lavori che ci rubano la vita, che i nostri progetti vitali svaniscano di fronte al ritmo capitalista e finiscano in secondo piano, e noi con loro. Siamo stufe della precarietà affettiva e materiale.

Per questo, stanche, passiamo all’azione:

Ci organizziamo con le nostre vicine per affrontare faccia a faccia gli speculatori del quartiere; condividiamo saperi sulla salute, recuperiamo il riposo e rivendichiamo la pigrizia. Okkupiamo spazi dove incontrarci e tessere reti; ci organizziamo con compagne di lavoro e affrontiamo il capo e l’aggressore; dedichiamo tempo e costanza alle nostre illusioni, ai nostri aneliti e desideri; creiamo gruppi di autodifesa e ci alleniamo; generiamo insieme alternative al consumo e lottiamo per l’autogestione delle nostre vite; ci accompagnamo e ascoltiamo nei nostri processi e riparazioni. Insieme affrontiamo l’abuso da dovunque esso provenga, qualunque sia la sua origine. Mettiamo in discussione le vecchie e nuove mascolinità con colpi e risate fragororose. Impariamo a riciclare, a rubare, a mentire, e lo facciamo senza colpa. Neghiamo essere ragazze fighe per il Capitale e difendiamo le nostre mostruosità.

Scommettiamo su un femminismo che continui ad affrontare apertamente le facce della Politica, che non si conformi, che non si compri, che non si venda, che non creda alle sue politiche truccate. Non vogliamo un femminismo recuperato dallo Stato, e nemmeno un femminismo soprammobile.

Il patriarcato non si distruggerà nelle urne, e lo sappiamo. Non ci adegueremo agli uffici, gli assessorati e le sovvenzioni. Vogliamo un femminismo di lotta costante nelle strade, nelle case e in tutti gli spazi.

Scommettiamo su un femminismo che cominci con ciascuna di noi, che si costruisca con le mani delle nostre amiche, un femminismo collettivo, gomito a gomito, quotidiano e combattivo. Un femminismo che non risponda a gerarchie e a rappresentazioni, un femminismo autonomo e orizzontale.

Scommettiamo su un femminismo che sono molti femminismi, che non è un obiettivo, è un cammino, una posizione davanti al mondo, un punto di partenza. Un femminismo che prende la strada oggi, come ogni anno, per gridare ben forte che LA NOTTE È NOSTRA!

* traduzione fatta con amore e rabbia dalla mia amica Zebra: è il testo di lancio della manifestazione notturna La nit es nostra, che ha inaugurato le giornate femministe di Se va a armar la gorda (Barcelona)

** Alan è un adolescente trans morto suicida alla fine dello scorso anno. ne ha scritto Preciado (qui, tradotto)

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Trentanni Forti

ho perso la deadline per consegnare il mio raccontino sul Forte Prenestino, che in occasione del trentennale pubblicherá anche un libro collettivo che raccoglie le memorie di chi lo ha attraversato.
non riuscivo a scrivere qualcosa che mi sembrasse completo, volevo dire tutto e non riuscivo a dire niente così oggi mi sono detta Devo dirne almeno un po’
poi non lo so se finisce nel libro, ma intanto chi vuole lo puó leggere e io faccio pace con me stessa pubblicando una cosa che poteva essere meglio ma intanto questa è…
d’altronde
il perfetto è nemico del possibile
(noi ragazzi dei Centri Sociali lo sappiamo bene)

 

 

per raccontare il Forte devo mettere ordine in piú di vent’anni di ricordi e solo a pensarci mi prende una dolce vertigine.

per me il Forte è stato un posto pieno di prime volte, una porta spalancata sul mondo che volevo, un’esperimento di vita, qualcosa che travalica qualsiasi tipo di scrittura che posso immaginare. peró ci provo lo stesso, perchè se Ho cancellato impossibile dal mio vocabolario lo devo anche a quel pezzo (grosso) della mia vita che si è sviluppato lá dentro.

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Pablo è vivo

(un dolce commiato senza pretese)

sono giorni tristi per la comunità dell’attivismo e delle lotte sociali di Barcellona.
domenica scorsa se n’è andato Pablo, uno dei protagonisti più vivaci e instancabili dei movimenti degli ultimi anni.
Quando un vivo s’uccide c’è grande effervescenza fra i vivi. diceva il poeta.
quando un compagno o una compagna decidono di lasciare questo mondo nel petto di chi resta si apre un baratro fatto di rimorsi, rimpianti e un senso di colpa difficili da superare. manca il fiato.
(lo sconforto in spagnolo si chiama desaliento, perché è vero che fatichi pure a respirare, figuriamoci il resto)
soffriamo pensando che dovremmo aver fatto più attenzione, avuto più cura, amato di più e meglio. il suicidio ci interroga sul nostro valore come amici, come compagni di strada e di lotta, come esseri umani.
e ogni suicidio richiama gli altri che abbiamo vissuto da perdenti, con questo dubbio dilaniante – che letto a mente lucida è idiota – del “forse avrei potuto evitarlo”.
ogni vita è quella che doveva essere, io me lo ripeto da un po’ di anni e cerco di crederci. non è un’autoassoluzione facile, è che a certe cose, per quanto ti sforzi, non riuscirai mai a dare una ragione.

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Lina Mangiacapre

Lina Mangiacapre - Elio-gabalo

Lina Mangiacapre – Elio-gabalo

lei è Lina Mangiacapre, una poliedrica artista del femminismo.

filosofa, politica antipolitica, pittrice, fotografa, regista e compositrice, militante femminista, saggista e poetessa (prendo le definizioni dalla sua biografia), utilizzava il termine Transfemminismo già negli anni ’70 (!!!!!). rielaborava la mitologia esaltandone il potenziale rivoluzionario di collante collettivo (fondó un gruppo chiamato le Nemesiache) e inventó il metodo della psicofavola – che usó tra l’altro in laboratori di creazione artistica con le donne del Frullone (ospedale psichiatrico di Napoli).
un personaggio originale e interessante, ovviamente sconosciuto alle più e assolutamente marginale nelle genealogie del femminismo ufficiale.
le sue opere sfiorano il sublime e sfidano il trash, che lei stessa attraversava senza paura, sfoggiando anche nella sua vita quotidiana un’estetica a dir poco pittoresca.
i suoi testi sono densi e pieni di ispirazioni e le sue riflessioni molto avanzate, rispetto agli anni in cui viveva.

oggi ho visto un breve documentario su di lei (realizzato grazie a un finanziamento collettivo dalla giornalista Nadia Pizzuti) insieme alla mia socia, dopo che un’altra amica l’aveva commentato cosí “eri tu, negli anni ’70, a Napoli”.

e sono lusingata ma devo dire la veritá: nell’idea dell’arte come rivoluzione condivisa (e della rivoluzione come arte condivisa), nella sfida costante alla norma-lità e alle sue categorie opprimenti (e deprimenti) ma soprattutto in quella marginalità borderline io e Rachele ci siamo ritrovate un sacco.
e ci è venuta voglia di conoscerla meglio e di farla conoscere (questo post è un primo, piccolo omaggio).

la libertá non si compra ma si paga (spesso in termini di solitudine, invisibilitá, isolamento)
ma come diceva Lina
CI SONO GUERRE, SORELLA, CHE NON SI POSSONO NON COMBATTERE

 

 

 

[nell’immagine che illustra il post Lina è in scena con un Eliogabalo.
sorrido se penso che una delle prime performance a cui presi parte era basata sul testo di Artaud dedicato all’imperatore romano. io avevo scelto di vestire i (pochi) panni della madre indecorosa. avevo una pancia finta e i capezzoli colorati di rosso, come le prostitute romane.
in una delle prime rappresentazioni (eravamo, ça va sans dire, in un centro sociale) un coglione che forse non aveva mai visto un paio di tette in vita sua cominció a fotografarmi come impazzito, accecandomi con il flash e provocando l’ira funesta del mio fidanzato dell’epoca, che trovava intollerabile la mia mancanza di pudore e che non mi parló per una settimana.
del coglione che fotografava giá non me ne fregava niente (oltretutto ero dietro a un vetro e visto che usava il flash non avrebbe ottenuto nessuna foto leggibile), ma per il fidanzato penai moltissimo, col senno di poi direi decisamente troppo.
ma poi a salvarmi – forse già lo sapete – arrivó la sorellanza…]

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