la fine di un amore – supporti testuali

0.8

Ancora su di te – Nazim Hikmet

Sei la mia schiavitù e la mia libertà
sei la mia carne che brucia
come carne nuda nelle notti d’estate.

Sei la mia patria
tu, coi riflessi verdi dei tuoi occhi castani
tu, bella e trionfante.

Sei la mia nostalgia
di saperti inaccessibile
nel momento stesso in cui ti afferro.

0.7

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale – Eugenio Montale

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

0.6
c’è chi è capace di salvarsi
di risparmiarsi, di tenere la giusta distanza, di rispettare le procedure di sicurezza e i limiti di velocità.
io no.

NON TI SALVARE – di Mario Benedetti

Non restare immobile
sul bordo della strada
non congelare la gioia
non amare con noia
non ti salvare adesso
né mai
non ti salvare
non riempirti di calma

non appartare del mondo
solo un angolo tranquillo
non lasciar cadere le palpebre
pesanti come giudizi

non restare senza labbra
non t’addormentare senza sonno
non pensarti senza sangue
non ti giudicare senza tempo

però se
malgrado tutto
non puoi evitarlo
e congeli la gioia
e ami con noia

e ti salvi adesso
e ti riempi di calma
e apparti del mondo
solo un angolo tranquillo
e lasci cadere le palpebre
pesanti come giudizi
e ti asciughi senza labbra
e ti addormenti senza sonno
e ti pensi senza sangue
e ti giudichi senza tempo
e resti immobile
al bordo della strada
e ti salvi
allora
non restare con me.

(la versione originale qui)

0.5
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l’amore che da teppista quindicenne si trasforma in crudele ricettatore (più altre immagini di un candore quasi irritante…)

Cuor di rubino – Jacques Prévert

Io so dire T’amo
ma amare non so
Del tuo cuor di rubino
che cosa ne ho fatto?

All’amore ho giocato
senza saper giocare
Del tuo cuor di rubino
che cosa ne ho fatto?

Il vetro è spaccato
il negozio tappato
il raso strappato
lo scrigno calpestato

Io volevo averti
volevo possederti
Giocavo all’amore
ma ho solo barato

Del tuo cuor di rubino
che cosa ne ho fatto
Adesso è troppo tardi
è tutto scheggiato

Quel cuor di rubino
A chi regalarlo
Nessuno lo accetta
L’amore rubato

(in lingua originale qui)

0.4
certe volte è la morte a pronunciare la parola FINE.
e per quanto mi riguarda è il dolore d’amore più intenso che mi è mai capitato di provare.

Blues in memoria – W.H.Auden

Fermate tutti gli orologi, isolate il telefono,
fate tacere il cane con un osso succulento,
chiudete i pianoforti, e tra un rullio smorzato
portate fuori il feretro, si accostino i dolenti.

Incrocino aeroplani lamentosi lassù
e scrivano sul cielo il messaggio Lui E’ Morto,
allacciate nastri di crespo al collo bianco dei piccioni,
i vigili si mettano guanti di tela nera.

Lui era il mio Nord, il mio Sud, il mio Est ed Ovest,
la mia settimana di lavoro e il mio riposo
la domenica, il mio mezzodì, la mezzanotte, la mia lingua, il mio canto;
pensavo che l’amore fosse eterno: e avevo torto.

Non servon più le stelle: spegnetele anche tutte;
imballate la luna, smontate pure il sole;
svuotatemi l’oceano e sradicate il bosco;
perché ormai più nulla può giovare.

(versione originale qui)

0.3

Posso scrivere i versi più tristi questa notte – di Pablo Neruda

Posso scrivere i versi più tristi questa notte.

Scrivere, ad esempio : La notte è stellata,
e tremolano, azzurri, gli astri in lontananza.

Il vento della notte gira nel cielo e canta.

Posso scrivere i versi più tristi questa notte.
Io l’amai, e a volte anche lei mi amò .

Nelle notti come questa la tenni tra le mie braccia.
La baciai tante volte sotto il cielo infinito.

Lei mi amò, a volte anch’io l’amavo.
Come non amare i suoi grandi occhi fissi.

Posso scrivere i versi più tristi questa notte.
Pensare che non l’ho. Sentire che l’ho perduta.

Udire la notte immensa, più immensa senza lei.
E il verso cade sull’anima come sull’erba in rugiada.

Che importa che il mio amore non potesse conservarla.
La notte è stellata e lei non è con me.

E’ tutto. In lontananza qualcuno canta. In lontananza.
La mia anima non si rassegna ad averla perduta.

Come per avvicinarla il mio sguardo la cerca.
Il mio cuore la cerca, e lei non è con me.

La stessa notte che fa biancheggiare gli stessi alberi.
Noi quelli di allora, più non siamo gli stessi.

Più non l’amo, è certo, ma quanto l’amai.
La mia voce cercava il vento per toccare il suo udito.

D’altro. Sarà d’altro. Come prima dei suoi baci.
La sua voce, il suo corpo chiaro. I suoi occhi infiniti.

Più non l’amo, è certo, ma forse l’amo .
E’ così breve l’amore, ed è sì lungo l’oblio.

Perché in notti come questa la tenni tra le mie braccia,
la mia anima non si rassegna ad averla perduta.

Benché questo sia l’ultimo dolore che lei mi causa
e questi siano gli ultimi versi che io le scrivo.

(la versione in lingua originale qui)

0.2
(la fine dell’amore “illegittimo” tra Majakovski e Lil Brik mi spezzó il cuore adolescente. e gli ultimi versi mi risuonano dentro ad ogni addio)

Lil Brik

Lilicka!
In luogo di una lettera – Vladimir Majakovski

Un fumo di tabacco ha divorato l’aria
la stanza
è un capitolo dell’inferno di Krucennych.
Ricordati –
proprio a questa finestra
per la prima volta
estasiato accarezzavo le tue mani.
Eccoti oggi seduta,
il cuore chiuso dentro una corazza.
Ancora un giorno e poi
mi scaccerai
magari anche imprecando alle mie spalle.
Nella buia anticamera la mano nella manica
più non stenterà a entrare disfatta dal tremore
correrò via
e getterò il mio corpo sulla strada.
Selvatico animale
impazzirò
sotto una sferza di disperazione
ma così non si deve,
mia cara,
mia diletta,
meglio lasciarci ora.
Non importa –
il mio amore
è un pesante macigno
che incombe su di te
ovunque tu possa fuggirmi.
Lascia in un grido estremo che si sfoghi
l’amarezza dei lamenti e del rancore.
Quando anche un bue è disfatto di fatica
lui pure andrà a gettarsi
in fredde acque in cerca di ristoro.
Ma altro mare non c’è
per me
tranne il tuo amore,
nè tregua c’è in amore anche nel pianto.
Se un elefante stanco vorrà pace
si stenderà maestoso sull’infocata sabbia.
Ma altro non c’è
per me
tranne il tuo amore,
benchè io non so tu dove o con chi sei.
Se così se ne fosse tormentato
dell’amore – un poeta
in soldi e gloria l’avrebbe mutato,
ma altro suono non c’è
che mi dia gioia
tranne che il suono del tuo nome beato.
E non mi getterò giù nella tromba delle scale
e non berrò il veleno
nè premerò il grilletto dell’arma sulla tempia.
E non c’è lama di coltello che
abbia su me potere
tranne che sia la lama del tuo sguardo.
Tu scorderai domani
che io t’incoronavo,
che d’un ardente amore l’anima ti bruciavo,
e un carnevale effimero di frenetici giorni
disperderà le pagine dei miei piccoli libri…
le secche foglie delle mie parole
potranno mai indurre uno a sostare,
a respirare con avidità?

Almeno lascia che un’estrema tenerezza
copra l’allontanarsi
dei tuoi passi.

26 maggio 1916 Pietrogrado

0.1
(a Liana, che mentre la leggeva mi guardava coi suoi bellissimi occhi azzurri in cui non ebbi il coraggio di tuffarmi mai)

29 novembre 1920
Ophelinha,
la ringrazio per la lettera. Essa mi ha portato dolore e sollievo allo stesso tempo. Dolore perché queste cose addolorano sempre; sollievo perché, in verità, l’unica soluzione è questa: non prolungare oltre una situazione che ormai non trova più una giustificazione nell’amore, né da una parte né dall’altra. Da parte mia, almeno, resta una stima profonda, un’amicizia inalterabile.
Lei non mi negherà altrettanto, vero?
Né lei, Ophelinha, né io, abbiamo colpa di tutto questo. Solo il Destino ne avrebbe la colpa, se il Destino fosse una persona a cui poter attribuire delle colpe.
Il Tempo, che invecchia i volti e i capelli, invecchia anche, ma ancor più rapidamente, gli affetti violenti. La maggior parte della gente, per la sua stupidità, riesce a non accorgersene, e crede di continuare ad amare perché ha contratto l’abitudine di sentire se stessa che ama. Se non fosse così, non ci sarebbe al mondo gente felice. Le creature superiori, tuttavia, sono private della possibilità di codesta illusione, perché non possono credere che l’amore sia duraturo, né, quando sentono che esso è finito, si sbagliano interpretando come amore la stima, o la gratitudine, che esso ha lasciato.
Queste cose fanno soffrire, ma poi il dolore passa. Se la stessa vita, che è tutto, passa, perché non dovrebbero passare l’amore, il dolore e tutte le altre cose che sono solo parti della vita?
Nella sua lettera è ingiusta con me, ma la comprendo e la scuso. Certo l’ha scritta con irritazione, forse perfino con dolore; ma la maggior parte della gente – uomini e donne – avrebbe scritto, nel suo caso, in un tono ancor più acerbo e in termini ancora più ingiusti. Ma lei, Ophelinha, ha un meraviglioso carattere, e perfino la sua irritazione non riesce ad essere cattiva. Quando si sposerà, se non avrà la felicità che si merita, certamente non sarà colpa sua.
Quanto a me…
L’amore è passato. Ma le mantengo un affetto inalterabile, e non dimenticherò mai – mai, lo creda – né la sua figurina graziosa e i suoi modi di ragazzina, né la sua tenerezza, la sua dedizione, la sua adorabile indole, può essere che mi sbagli, e che queste qualità che le attribuisco fossero una mia illusione; ma non credo che lo fossero né, se lo sono state, sarei così villano da attribuirgliele.
Non so che cosa desidera che le restituisca: lettere o che altro ancora.
Io preferirei non restituirle niente, conservare le sue lettere come il ricordo vivo di un passato morto come ogni passato; come un qualcosa di commovente in una vita quale la mia, in cui l’avanzare negli anni va di pari passo con l’avanzare nell’infelicità e nella delusione.
Le chiedo di non fare come la gente comune, che è sempre grossolana: che non giri la testa quando ci incontreremo; né abbia di me un ricordo in cui ci sia spazio per il rancore.
La prego, siamo l’uno con l’altro come due persone che si conoscono dall’infanzia, che si amarono da bambini e, sebbene nella vita adulta seguano altre strade e altri affetti, conservano sempre, in una piega dell’animo, il ricordo profondo del loro amore antico e inutile.
Per quanto forse “altri affetti” e “altre strade” possano concernere lei, Ophelinha, non certo me stesso. Il mio destino appartiene ad altra Legge, della cui esistenza lei è all’oscuro, ed è subordinato sempre più all’obbedienza a Maestri che non permettono e non perdonano.
Ma non è necessario che capisca quanto dico. Basta che mi conservi affettuosamente nel suo ricordo come io, sempre, la conserverò nel mio.
Fernando


di Fernando Pessoa in Lettere alla fidanzata

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la fine di un amore – paesaggio sonoro

lo sferragliare feroce del tram
il cicaleccio fastidioso di uno scontrino
quel singhiozzo che smetti di trattenere
il fischio della caffettiera che ti sveglia
il clangore di un cancello che si chiude
il fruscio di una lampo che sale
il silenzio improvviso delle cicale
il ticchettio accelerato dell’inizio del temporale
l’urlo di una sirena nel cuore della notte
il “Favorisca i documenti”
l’eco del tuono che rimbalza nel tuo petto vuoto
il rombo sordo della valanga
la voce gracchiante del capotreno che annuncia la fine della corsa
il trapano del dentista
lo scivolare silenzioso di una lacrima
il grido del cristallo che s’infrange
la tua voce che s’incrina quando dici “Va tutto bene”
l’ululato del vento che ti graffia le orecchie
le unghie sulla lavagna
la scivolata fuoritempo del dj troppo fatto
un telefono che squilla disperato
la neve che scricchiola sotto i piedi
l’ultimo crepitare di un fuoco che muore

il rumore dei tuoi passi che si allontanano

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Genova per noi

Quest’inverno ho partecipato al progetto Tifiamo Scaramouche scrivendo un racconto sul G8 di Genova e sull’estate in cui entrammo nell’era del terrore globale.
Ho rimesso le mani in una memoria ancora dolorosa (lo abbiamo capito subito che le ferite di Genova non si sarebbero mai rimarginate) con il proposito ambizioso di raccontare la Storia attraverso alcune microstorie che la attraversarono.

È un piccolo, affettuoso e provocatorio omaggio a Candida TV (collettivo di cui ho fatto parte per alcuni, decisivi anni) e a chi la componeva.

Genova per noi è come sempre di una storia vera piena di bugie e i 4 personaggi che hanno voce nel racconto ne rappresentano molti di più.
Qua sotto ne potete leggere un estratto, per leggerlo per intero (e un sacco di altra roba interessante) scaricatevi le raccolte di Tifiamo Scaramouche.

Selma

A Genova i giorni prima del vertice sono pieni di un’allegria tesa. Montiamo il Media Center alla Pascoli, una scuola. Dall’altra parte della strada c’è la Diaz, che sarebbe diventata tristemente famosa ma noi ancora non lo sappiamo. Ci muoviamo in un’atmosfera irreale, in cui la paranoia si mischia all’entusiasmo. La città è blindata, la zona rossa (quella in cui si svolge il vertice) è protetta da inferriate alte più di due metri e quando le guardi non puoi evitare di pensare a quanto gli facciamo paura.
Asso aveva ragione, stare insieme è un’esperienza esaltante, è sentirsi parte di una cospirazione mondiale perché respiriamo insieme, mangiamo insieme, fumiamo insieme, dormiamo insieme, andiamo insieme pure al bagno. Ci si conosce e ogni giorno ci si innamora un po’. É di questo che hanno paura?
Le assemblee sono un po’ un casino perché poche persone parlano inglese e c’è sempre da tradurre e io penso a Custer e mi dispiace che non ci sia. Credo dispiaccia un bel po’ anche a lei, che col gruppo si fa sentire di meno ma con me si lamenta in privato e mi chiede che fa Asso. Io glisso, anche perché ho perso il conto di quelle che gli stanno intorno. E non le racconto nemmeno che certe volte mi parla di lei con gli occhi lucidi, mi limito a dirle che ci manca ma non insisto troppo, che lo so che ci sta male.
Poi, dopo un preambolo che è sembrato un secolo breve arriva il giovedì, il primo giorno di manifestazione. La piazza è dei migranti ed è piena di colori e musica e sembra tutto bellissimo e tranquillo. La polizia mantiene le distanze e ci illudiamo che le minacce dei mesi scorsi rimarranno lettera morta. La sera festeggiamo pure e io mi porto nel sacco a pelo un tipo di Milano che invece non si fida per niente e che nemmeno mentre scopiamo smette di dire che c’è poco da stare allegri, che domani sarà un casino.
Il venerdì infatti è un giorno delirante. Già da prima di mezzogiorno cominciano gli scontri. Noi siamo col blocco rosa, il nostro supereroe mascherato riesce quasi a scavalcare le recinzioni, c’è un’aria ancora festosa anche se via telefono ogni tanto arrivano notizie allarmanti. Il sole cuoce e ogni volta che ci fermiamo un attimo per bagnarci un po’ la testa e facciamo due telefonate per sapere come va nelle altre piazze la preoccupazione brucia ancora di più, dentro.
Io mi nascondo dietro la telecamera, come faccio sempre, ma a un certo punto mi devo fermare perché non so se sia la stanchezza o che altro ma la mia mano trema. Asso è di nuovo al telefono, la maschera arancione alzata e la faccia scura. «Preparati che ci muoviamo verso piazza Alimonda. Non ho capito bene ma dev’essere successo un casino serio».
Camminiamo quasi di corsa, ho come l’impressione che Asso sappia di più di quello che dice, deglutisce a fatica e se non lo conoscessi bene direi che piange o meglio, gli sfuggono delle lacrime dagli occhi. Io sono stanchissima e arranco e così a un certo punto mi prende la mano e mi trascina. Cammina troppo veloce tanto che dopo un po’ gli dico che mi sta facendo male e che dove cazzo corre come un pazzo e allora lui si gira e mi guarda con gli occhi rossi spalancati e mi dice in un soffio che c’è scappato il morto, che non si sa chi è ma se stava coi Disobbedienti sicuro che lo conosciamo. E allora Asso, la nostra carta vincente, il nostro supereoe, quello che se ha paura è capace di non darlo a vedere, va in pezzi. Io sono paralizzata dal terrore e dal dolore mentre lui mi abbraccia singhiozzando. Dura forse due minuti, ci teniamo stretti come se intorno ci fosse un terremoto e poi all’improvviso ritorniamo dritti, con un’elettricità nelle gambe che ci fa arrivare a destinazione in un lampo.

Tisi

Eccola che arriva. Sempre con quella cazzo di telecamera in mano e ovviamente accompagnata da quel buffone napoletano, che è fidanzato con Custer ma gli sta sempre appiccicato al culo. Un giorno glielo vorrei proprio chiedere, se scopano pure in tre.
Io con Selma non ci ho scopato, però ci siamo baciati e toccati e ci è mancato proprio pochissimo… però sembra che lei non si ricordi. Effettivamente stavamo belli stonati, ma com’è che io mi ricordo benissimo e ci sono pure rimasto sotto e lei invece mi saluta sempre solo da lontano? Politicamente non ci capiamo proprio, lei fa tutta la rivoluzionaria però usa gli strumenti del padrone. «È che io lavoro col video, con Linux è impossibile». Impossibile un cazzo. Impossibile è che uno rimanga morto ammazzato in una manifestazione e invece oggi è successo, e io ero lì di fianco. La camionetta dei carabinieri non ripartiva e gli stava arrivando addosso di tutto e due serciate gliele avrei date volentieri anch’io, solo che stavo sudando sotto quella cazzo di maschera, così mi sono fermato un attimo ad asciugarmi e siccome non ci vedevo mi sono messo di lato e mentre non guardavo ho sentito lo sparo. Che l’ho capito dopo che era uno sparo, quando ho visto quel tipo nella pozza di sangue. Chi cazzo l’aveva mai sentito uno sparo? Beh, comunque non mi era sembrato un botto di Capodanno.
Così adesso l’ho buttata, quella maschera che m’ha salvato la vita. Non me la potevo mica tenere, che magari qualche stronzo con la telecamera m’ha ripreso – e ce ne stavano diecimila, oltre alle guardie. M’occupava una cifra di spazio nello zaino ed era scomodissima da portare, ma un po’ ci tenevo.
L’avevo trovata a Porta Portese, la mattina dopo un rave. Ci ero arrivato proprio con Custer, per una volta in libera uscita senza Asso. Stavamo tutti morbidi e sospironi, in piena discesa, e tra i colori del mercato era spuntata quella macchia nera.
«Aó, anvedi Pulcinella, è il tuo fidanzato che ci perseguita» le avevo detto. Lei aveva rosicato – «Oh mica è colpa mia se è geloso e napoletano» – e quindi attaccato la pippa da professoressa: «Guarda che questo non è Pulcinella, è Scaramuccia. Mentre Pulcinella ha sempre fame, Scaramuccia ha sempre voglia di litigare. Come te».
Custer m’azzitta sempre e mica solo perché ha fatto il dams. Perché è più grande e ci conosciamo da una vita e lei è sempre un passo avanti. E infatti non ci si è messa, in questa carneficina.
E invece noi sì e siamo qua ad aspettare, hanno chiuso piazza Alimonda e non fanno entrare nessuno e io non lo so mica cos’é che aspetto, dovrei squagliarmela ma non ce la faccio, e adesso è arrivata pure lei…

[continua…]

Supervideo >>> G8 (il video di Candida a Genova) lo trovate qui.

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10 anni

sono passati 10 anni.
10 anni da quando sono atterrata all’aereoporto di Girona, piena di paura e di speranza.

il biglietto mi era costato 20 euro, solo andata.
avevo detto a mia madre Forse torno, forse no.
in cuor mio sapevo solo che me ne volevo andare. che me ne dovevo andare.

e se ci penso mi viene la pelle d’oca e pure un po’ da piangere, non solo per il mio autoriferito romantico ricordo ma pensando a chi per cercare un futuro migliore paga molto piú di quanto abbia pagato io – e trova un presente di merda, di rifiuto e razzismo.

sono stata fortunata. si dice che la fortuna aiuti gli audaci ed è vero che un po’ di coraggio ce l’ho messo…
ma questo post è per ringraziare tutte le persone che ho incontrato per il cammino e che mi hanno aiutata, sostenuta, incoraggiata, amata.
non è stato sempre facile, ma se è stato possibile lo devo a voi – che anche se vi ho un po’ perso nel cammino ci siete sempre e abitate il mio cuore grato.

han pasado ya 10 años.
10 años desde el dia en que llegué al aeropuerto de Girona, llena de miedo y de esperanza.

un billete de avión por 20 euros, solo ida.
habia dicho a mi madre: Quizás vuelva, quizás no.
en mi corazón sabia solo que me queria ir, que me tenia que ir.

y si lo pienso tengo piel de gallina y me dá por llorar, no solamente por mi recuerdo romantico personal sino porqué pienso a quien migra en busca de un futuro y paga mucho mas de lo que yo pagué – y encuentra un presente de mierda, de rechazo y racismo.

he tenido suerte. fortuna audax iuvat y es verdad que un poco de valor lo he tenido…
pero este post es para agradecer todas las personas que he econtrado por el camino y que me han ayudado, suportado (y soportado), animado en los momentos tristes, querido.
no ha sido siempre facíl, pero si ha sido posible se lo debo a vosotras – que igual os he perdido un poco el rastro, porqué la vida da muchas vueltas – pero siempre teneis un sitio especial en mi corazon agradecido.

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Etica, arte, business: politiche della nuova pornografia

presentazione per Genderotica (Esc, sabato 23 maggio, ore 14.30)

Dalla radicalitá del postporno alle microimprese pay per view fino ad arrivare agli esperimenti tecnologici del cybersesso, il panorama pornografico contemporaneo si presenta ricco, eterogeneo e a volte contraddittorio. Il tratto unificante di esperienze cosí diverse è il fatto di essere entrate (in maniera piú o meno virale) nell’ambito della produzione culturale di serie A, influenzando il mainstream e direzionandone i gusti. Per un Rocco Siffredi pentito e arreso alla morale nazionalpopolare ci sono centinaia di pornostar della porta accanto che hanno fatto delle politiche di produzione del piacere il loro campo di battaglia e il loro mezzo di sostentamento.
Slavina racconta le loro storie ed esamina criticamente le loro proposte, presentandoci l’avanguardia del lavoro sessuale e del desiderio contemporaneo.

Ethics, Art and Business: Policies of the New Pornography.
From the radical approach of Post-Porn through the pay per view small companies to the technological experimentations of cyber-sex, the contemporary pornography landscape presents itself as rich, heterogeneous and at times contradictory. A piece of common ground such distinct experiences share is the (more or less) viral venture that lifted them to the sphere of first class cultural production by influencing mainstream attitude and taste.
For every repented and surrendered to national-popular morals Rocco Siffredi, there are hundreds of next-door pornstars that have turned pleasure-production policies into their political battleground and source of income.
Slavina tells their stories and critically examines their propositions presenting us the avant-garde of sex working and present-day desire.

(traduzione all’inglese di Danai Vafiadis, che ringrazio)

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La lega del filo rosa [May Day 2004]

filorosa_web

Articolo xy
L’Italia e’ una Repubblica fondata sulle relazioni.

Non e’ piu’ il lavoro il collante sociale che garantisce una sopravvivenza
dignitosa, siamo piuttosto imbrigliati tra *famiglie*, amicizie, affinita’
e altre forme di legame piu’ o meno convenzionali che sono l’ultima (e
unica) rete di sicurezza che ci e’ concessa.

Alla Mayday di Milano, partendo dal Blocco Rosa, invaderemo la parata
cercando di rendere visibile e tangibile questa rete attraverso azioni
performative includenti e interattive.
Molteplici fili rosa costruiranno improbabili architetture, lanceranno
ponti, intrecceranno collegamenti.
Fili fragili e precari come le nostre esistenze, pronti a spezzarsi e a
riallacciarsi liberamente a rappresentare i legami come li vogliamo,
basati sul consenso e sul gioco (intrecci a maglia larga, non nodi, dai
quail ci si possa sfilare senza la necessita’ di spezzarli).

Se abbiamo perso il filo del discorso, riannodiamo i fili della
comunicazione. Badando bene che siano fili rosa 😉

Empowerpink: si insinua nell’etere come un profumo, cattura il nervo
ottico come un fascio di luce nella penombra.
Porta il tuo filo rosa e intrecciati: la rete si muove e si espande.

Facciamoci il filo come innamorat* discretamente invadent*.

… e sopra di noi, a vegliare sul grande spettacolo rosa, Spider Mom: la
mamma ragna, che a volte ritorna per insegnarci un nuovo stile di
tessitura: una la disfa, un’altra continua!

(comunicato del Pink Bloc risalente al 2004, che annunciava una performance abbastanza delirante che feci all’interno della May Day Parade, tra le altre cose.
sembra ieri, ma sono passati piú di 10 anni. e l’analisi e l’invito mi sembrano piú che mai attuali.

alcuni di quei fili si sono aggrovigliati, altri sono diventati delle corde robuste che mi tengono su quando mi domando che senso abbia il mio impegno e se ancora valga qualcosa.
oggi che è primavera e che ho sconfitto l’inverno del mio proprio scontento mi dico che sí che ne è valsa la pena, che il rosa ci ha liberato, ci ha aiutato a creare degli spazi di autonomia e ha dato voce a molti soggetti che nel contesto della militanza tradizionale non trovavano spazio.
non saró per le strade di Milano a contestare l’infamia di Expo, ma di sicuro ci sará una parte di me: quella che ho seminato e coltivato in questi anni insieme a tanti e tante altre.
e scusate l’ardire e il personalismo, ma ne vado abbastanza fiera.

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che siate rosa, rosse, nere o verdi la zia vi penza e v’accompanza, adelante)

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Fica Potens – o la prostata femminile come bene comune

Domani 22 aprile esce in Italia Fica Potens, il nuovo libro di Diana J. Torres, conosciuta come la Pornoterrorista.
Un manuale nato dall’esperienza di indagine e sperimentazione sul corpo che Diana porta avanti da anni, un testo che è il frutto di un percorso biopolitico in cui l’esperienza diretta, condivisa con moltissime donne in laboratori e conferenze, si è nutrita di un’appassionata ricerca a livello bibliografico (non limitata ai testi scientifici dell’Occidente).

Diana ha un grandissimo talento nel raccontare, questo lo sa chiunque l’abbia letta.
Puó sorprendere invece (chi non conosce la sua caparbietá di Capricorno) il suo rigore e la sua capacitá di analisi e sintesi su un argomento che per chi lo tratta con superficialitá risulta ancora controverso, ovvero l’esistenza della prostata femminile (denominata dalla scienza medica colonialista ghiandola di Skene), che è l’oggetto di studio di questo libro imprescindibile.

Nella prefazione leggiamo:

Il nostro corpo, questo territorio che abitiamo a volte senza saperne nulla
o quasi nulla, è totalmente permeato da […] menzogne. Comandiamo
le nostre carni da un cervello i cui meandri ci sono assolutamente
estranei; il nostro hardware riceve ordini da un software esclusivo che
mai o quasi mai ci mostra apertamente le proprie operazioni. Ciò che
propongo in questo testo è una riprogrammazione, un hackeraggio, una
vendetta. Un differente modo di analizzarci che ci possa condurre alla
comprensione del nostro corpo come l’unica casa che abiteremo per tutta
la nostra esistenza, questo luogo dal quale possono solo cacciarci o sfrattarci, assassinandoci o lasciandoci morire. Questo potrebbe aiutarci molto a comprendere in modo sano ed efficace il tema di questo
manuale. Immaginiamoci questa casa che il sistema patriarcale si è
incaricato di trasformare in un carcere. Immaginiamo di abitare in una
casa nella quale non sappiamo né dove sia l’uscita secondaria né dove si
ripongano i cucchiaini. Assurdo vero? È così che la maggioranza di noi
vive il proprio corpo: senza sapere dove mettiamo le cose né a cosa
servono. Questo testo mira fondamentalmente a cambiare questa
percezione.

Quella di Diana è un’ambizione che supera il femminismo degli slogan, che ci invita a ripensare il corpo in maniera politica, a riappropriarcene.
Non fa leva su nessuna ansia da prestazione, non propone l’eiaculazione femminile come medaglietta da appuntarsi sul petto ma ne promuove una sua conoscenza critica e ne spiega il senso di piacere politico senza farla diventare un elemento gerarchizzante tra chi la pratica e chi no.

In questo mondo che ci espropria quotidianamente, imponendoci fin dall’infanzia delle prioritá fittizie che ci tolgono autonomia di giudizio e di azione, il suo grido – cosí ben articolato e perfettamente comprensibile – è uno strumento prezioso per tutti e tutte.

illustrazione di Kiara Schiavon

illustrazione di Kiara Schiavon

Diana presenterá il suo libro nei prossimi giorni, all’interno dello Tsunami Tour, che arriverá in alcune delle principali cittá italiane. Io vi invito a non perderla, perché sará possibile acquistare il libro solo durante le presentazioni o attraverso la web dell’impavida Golena (piccola casa editrice che ha giá pubblicato il suo primo libro, Pornoterrorismo). E poi perché ascoltarla è sempre un grande piacere, non solo politico.

(ad illustrare Fica Potens sono i contributi grafici di Kiara Schiavon, che potete trovare qui, completi di spiegazioni e riferimenti)

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chi ha fermato Rodrigo Rato?

La notizia merita un piccolo approfondimento da parte della vostra inviata nella Penisola Iberica: ieri è stato arrestato Rodrigo de Rato y Figaredo, meglio conosciuto come Rodrigo Rato, uomo forte del Partido Popular per il quale ha ricoperto il ruolo di ministro in vari governi.

Rato fu anche a capo del Fondo Monetario Internazionale, incarico che lasció con poca gloria nel 2007. Da allora, secondo una modalitá che in Spagna viene chiamata con amara ironia di Puertas giratorias (porte girevoli) Rato passó al privato, dirigendo una delle operazioni finanziarie piú spregiudicate (e fallimentari) degli ultimi anni: il lancio della holding Bankia, che trascinó sul lastrico migliaia di piccoli investitori. Il colmo è che per “salvare” questa impresa intervenne il governo spagnolo con un finanziamento miliardario (si parla infatti di porte girevoli per la facilitá con cui certi personaggi della politica passino dal pubbico al privato – beneficiando sempre quest’ultimo).

Ma il cuore della notizia, quello che forse non apparirá in nessun articolo della stampa italiana – ma per questo ci sono io 😉 è che la caduta del Dio Rato è stata causata in buona misura da un’iniziativa popolare: una querela alla Audiencia Nacional, finanziata da un crowdfunding (una raccolta di fondi partecipativa), del gruppo 15mpaRato, che raccolse prove della truffa di Bankia (che fu lanciata in borsa quando i suoi bilanci erano giá fallimentari) e che attraverso il lavoro del suo team giuridico e di inchiesta riuscí a portare alla luce altri scandali legati alla corruzione della classe politica. E il tutto nella piena trasparenza, dei documenti e delle azioni.

Io sono per l’abolizione del carcere e quando venne lanciata la campagna (le cui parole chiave erano Rodrigo Rato in galera) per questa ragione un po’ rimasi ai margini. Non mi piacciono gli appelli “alla pancia del paese”, mi mettono a disagio.

Oggi devo ammettere che il lavoro di comunicazione e mobilitazione della cittadinanza è stato eccellente. E il suo sviluppo* dimostra che dalla pancia si puó arrivare alla testa.

E siccome ho paura che [almeno nella mia lingua] non lo dica nessuno (perché se si estendesse questa pratica per le elite che ci governano sarebbe pericolosissima) lo voglio dire almeno io: grazie 15mpaRato. Per le capacitá strategiche, per la lungimiranza e il coraggio.

*il gruppo si è dichiarato disponibile ad un confronto con Rato, per uscire dalla dinamica del capro espiatorio e arrivare ad identificare complicitá piú o meno occulte: la finalitá non è metterne uno in galera ma cacciarli via tutti dal potere.

due cose, per concludere: la prima è che non sono giornalista e non mi occupo di finanza, quindi è possibile che questo articoletto contenga delle imprecisioni. invito qualche giornalista con cognizione di causa (e stipendio magari) ad occuparsene e ad approfondire.

la seconda è un divertissement: nel video che segue potete apprezzare l’accoglienza a Rato – nel Parlamento Catalano – di un politico che ammiro profondamente. c’entra poco o niente con 15mpaRato, peró 1) fa ridere col cuore 2) il partito a cui appartiene Fernandez, la CUP, è uno di quelli che hanno preso forza a partire dal movimento del 15m (quello che in Italia viene ancora chiamato degli Indignados, credo), brodo primordiale di tante iniziative popolari come, appunto 15mpaRato.

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Politiche di rischio (di Lucia Egaña)

(quando ho letto il post Politicas de riesgo di Lucia ho capito che, rispetto alla querelle Macba, era il pezzo di discorso che mi mancava. grazie a lei per averlo esplicitato e grazie a Claudia Torresani per avermi motivato e aiutato a tradurlo)

l’8 marzo 1857 a new york*, un padrone decise di imprigionare le lavoratrici della sua fabbrica e di bruciarle vive perché avevano manifestato contro le pessime condizioni in cui erano costrette a lavorare.
in Cile, nel marzo del 2015, un padrone tiene imprigionate di notte, in un container, delle donne che lavorano per lui, non si sa né perché né a quale scopo (“Sono politiche aziendali”, dice un altro lavoratore che in quanto portatore di pene non è stato imprigionato, nonostante lavori presso la stessa azienda). nel corso di una calamità naturale, una di quelle che in Cile accadono spesso, i container si riempiono d’acqua, le donne imprigionate non possono liberarsi e muoiono come quelle del 1857, non bruciate vive ma affogate.

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Art for porn – le mie raccomandazioni (capitolo 2)

Nel giorno del finissage di Art for Porn eccomi con altre raccomandazioni, che spero vi spingano ad arrivare fino a Le Dictateur, se siete a Milano (chiude alle 22 di oggi)

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