Lo scandalo del MACBa (di bestie, sovrani e altre oscenitá)

Il mondo della cultura spagnolo qualche giorno fa è stato scosso da una serie di eventi che hanno coinvolto il MACBa, museo di arte contemporanea e orgoglio della cittá di Barcelona, e che per una serie di motivazioni politiche e personali sento l’urgenza di raccontare (senza alcuna pretesa di obiettivitá: sono una proletaria dell’arte, una metalmeccanica dell’immaginario, una precaria alla deriva – e da questa posizione scrivo e descrivo).

Il MACBa non è solo è un’istituzione rispettata, dalla programmazione all’avanguardia e strettamente connessa con il brand Barcelona (la maggioranza delle persone che conosco vi è entrata durante il Sonar, forse senza capire nemmeno bene dove stava), ma è soprattutto il luogo in cui nell’ormai sideralmente lontano 2003, si tenne, con la direzione di Paul B. Preciado (ai tempi conosciuto come Beatriz), la mitica Maratona Postporno, uno dei primi eventi di riflessione pubblica e partecipata sulla pornografia a livello europeo.

Piú di 10 anni dopo la pornografia è un tema piú che esplorato, discusso, analizzato dalla cultura “alta”; ci sono pornostar che scrivono di filosofia e filosofi che analizzano la pornografia, le produzioni pornografiche vecchie e nuove vengono ormai considerate prodotti culturali e come tali valorizzate e i temi e stilemi che contraddistinguono il genere hanno ormai invaso il mediascape, influenzando il consumo di massa. L’osceno ha occupato il centro della scena, disvelando pratiche e teorie che, anche quando sono state sussunte dal mercato, hanno determinato processi, seppur contraddittori, di liberazione.

Se tutto ció è potuto succedere si deve anche al lavoro di intellettuali come Preciado, che hanno sdoganato l’argomento riprendendo le riflessioni del femminismo prosex piú ardito e promuovendo il lavoro di artiste e ricercatrici poco conosciute o osteggiate dalla cultura ufficiale.

Paul B. Preciado

Preciado è (o sarebbe meglio dire era) da anni consulente del MACBa e docente nel suo Programma di Studi Indipendenti (PEI), scuola di alta specializzazione in ambito artistico e culturale. Il suo ruolo di snodo tra l’istituzione museale e la controcultura piú innovativa ed estrema è innegabile, cosí come, d’altra parte, lo è (era?) la sua completa integrazione ed internitá a certe ineludibili dinamiche di potere.

Ma torniamo al MACBa e al pasticciaccio brutto che ha portato alle dimissioni del direttore del Museo, Bartolomeu Marí, che come ultimo atto della sua gestione ha estromesso dalle loro funzioni Preciado (Capo dei programmi pubblici) e Valentí Roma (Conservatore capo), entrambi curatori de La bestia e il sovrano, mostra che doveva aprire i battenti la settimana scorsa.

Il casus belli è un’opera che fa parte dell’esposizione, una scultura dell’austriaca Ines Doujak che rappresenta in maniera caricaturale l’asimmetria delle relazioni coloniali raffigurando un atto di sodomia nei confronti di un personaggio riconoscibile come l’ex sovrano spagnolo, Juan Carlos I. Il direttore del museo, scoprendola – a suo dire – solo il giorno prima dell’inaugurazione e ritenendola “inappropriata” ne aveva chiesto il ritiro. Vista la risposta negativa dei curatori (Hans D.Christ e Iris Dressler, oltre ai due giá citati), aveva quindi decretato la chiusura della mostra nel giorno stesso dell’inaugurazione.

HC4 Trasport di Ines Doujak

A seguito di questo atto di censura, la comunitá artistica della cittá catalana aveva alzato la voce, denunciando il fatto con comunicati pubblici ed esigendo la riapertura della mostra, nella sua integritá, con una manifestazione.

La ripercussione mediatica del fattaccio (con vari annessi riguardanti non solo l’autonomia dell’arte ma anche temi meno “astratti” come l’irresponsabilitá nella gestione dei fondi pubblici per la cultura – il budget di questa operazione è di 240.000 euro) è stata cosí rilevante da costringere Marí alle dimissioni, che ha presentato non senza prima esigere la destituzione di Preciado e Roma.

Tira una brutta aria nel mondo dell’arte, in Spagna.

Un paio di direttori di istituzioni culturali sono stati fatti fuori negli ultimi mesi, si sospetta per le loro simpatie per Podemos, partitino di sinistra che fa tremare il bipolarismo PPSOE.

Quando sono emigrata in Spagna – o per meglio dire, in Catalunya – 10 anni fa, mi sembró di arrivare nel paese delle meraviglie. Le cose che in Italia facevamo con molto sforzo e ampiamente al di fuori delle istituzioni artistiche (in centri sociali o associazioni piú che undergound) a Barcellona ricevevano l’attenzione e a volte anche il supporto istituzionale. Non voglio dire che tutto fosse schiacciato e contemplato all’interno del mainstream – ma di sicuro c’era spazio, nella cultura ufficiale, anche per proposte artistiche non convenzionali, di rilevanza sociale, sovversive. Ed esistevano addirittura fondi pubblici per la produzione e promozione dell’arte, a cui potevi avere accesso tramite concorsi che li assegnavano in base all’interesse e al merito (pazzesco, vero?). Per arrivarci non dovevi essere parente di nessuno, bastava avere una buona idea e un bel curriculum.

In questi 10 anni, complice una crisi economica brutale, il paese delle meraviglie si è trasformato in un girone infernale, nel quale la repressione ha chiuso e spesso raso al suolo i centri di produzione culturale indipendenti (le okupas) e dove festival ed eventi sulla breccia da decenni sono costretti a chiudere a causa della mancanza di fondi.

E non posso che leggere la cacciata di Preciado dal MACBa come lo schiaffo finale, l’ennesima saracinesca che si chiude con schianto, l’ultimo insulto alla Barcelona che non voleva essere Karcelona, il luna park a cielo aperto, il giocattolo per stranieri costruito ad uso e consumo del turismo di massa che tanto amano alcuni miei compatrioti.

(d’altronde in un paese che sta per approvare una legge che illegalizza qualsiasi forma di protesta e dove giá partecipare a una manifestazione pacifica ti puó costare 3 anni di prigione, questo affaire delle alte sfere della cultura assume una rilevanza relativa… peró, senza dubbio, fa parte dello stesso frame)

 

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