La casa delle vergini

Aveva i capelli rossi e un’aria cosí autenticamente svagata che era impossibile pensarne male. Era un’innocente in un mondo malvagio e si muoveva con grazia tra le macerie delle relazioni altrui. Era una vagabonda che non chiedeva niente e si prendeva quello che c’era. Si era presa anche il mio fidanzato e per quanto possa suonare strano, la cosa non m’aveva disturbato troppo. Era la prima ragazza di cui m’innamoravo.


Di passaggio nel nostro covo di Vergini (nel senso dell’oroscopo, ovviamente), aveva movimentato le truppe lesbiche di casa. Erano tutte in prima linea: t’accompagno, per caso ti serve, ma che fai stasera…
Io una storia con una donna non me l’ero mai fatta, quindi temporeggiavo nelle retroguardie. Nel suo breve ma intensissimo soggiorno romano Jamie era riuscita a mandare in crisi alcune storie di quelle strascicate che non riuscivano a finirsi da sole, la mia compresa.
Provocava odio e simpatia in parti uguali e opposte. Io la trovavo adorabile, semplicemente.
La bellezza femminile m’ha sempre intimidito, davanti alle donne belle m’incanto e divento stupida. Mi casca la mascella e rido per qualsiasi cazzata e dico 120 grazie e scusa al secondo… ma con lei era diverso. Mi dovevo sforzare per parlarle nella sua lingua e quello sforzo mi impediva di concentrarmi troppo sulla sua pelle scintillante. Le guardavo sempre le mani. Erano bellissime, magre e nervose, piccole ma forti.
Lei ogni tanto mi guardava con un’aria strana e io credevo di fargli anche un po’ pena: ma vaglielo a spiegare che la sera che lei era sparita insieme a Giuliano la cosa non m’aveva stupito ne’ ferito.
A quel coglione l’avevo solo invidiato.

Una sera, finalmente, restammo sole a casa. Le Vergini erano uscite a caccia, ma lo schiuma party al quale ci avevano speranzosamente invitato non aveva alcuna attrattiva per le nostre anime tormentate. Lei non lo sapeva, ma entrambe soffrivamo per la sua partenza imminente.
Fu davanti a un inglorioso piatto di pasta in bianco che ci confidammo i segreti piú truci e fondi delle nostre brevi vite: lei era cresciuta in una roulotte insieme ad una madre schizofrenica, vantava una laurea in una di quelle universitá americane eccessivamente prestigiose e da qualche anno era infelicemente fidanzata con un intellettuale inaffidabile ed egoista.
Si portava appresso un bagaglio a mano di tristezza notevole che non riusciva a scalfire la luce profonda dei suoi micidiali sorrisi. Io speravo che non si notasse tanto, ma sospiravo come un treno a vapore.
Il vinaccio che bevevamo con somma eleganza ci scaldava il sangue e ci faceva le guance rosse come d’amore. Era cosí bella che non mi sembrava vero che fosse lí con me e potessi sfiorarla tutte le volte che volevo. Il contatto non le dispiaceva e le rare volte che osavo alzare lo sguardo su di lei la trovavo attenta ad ogni mia mossa.
Ci sarebbe stata, e anch’io… ma come si faceva? Con gli uomini era tutto cosí regolare, quasi matematico e soprattutto la mia esperienza pluriennale mi aveva regalato una scioltezza che a qualche maschio dava anche fastidio. Come avrei fatto con lei? E lei con me?
Ma soprattutto, quando sarebbero tornate le Vergini a mandare all’aria i miei piani di seduzione? Ero sicura che almeno una di loro sarebbe tornata a guastarmi la serata. Dovevo accelerare. Invece della collezione di farfalle le proposi un video noioso. Lei accettó con entusiasmo e mi disse: andiamolo a vedere in camera tua.
Era fatta. Ero terrorizzata.
Non avevo quasi piú paura di un eventuale rifiuto, ma come avrei fatto? Quali erano le mosse, che cosa dovevo dire (in che lingua, poi?). E se una volta arrivata in zona fica, l’odore mi faceva schifo? E se faceva schifo a lei? Nel frattempo eravamo sul letto e io armeggiavo con il videoregistratore.
Quella sera funzionava tutto, mi sembrava incredibile. Il video era noioso abbastanza da ammutolirci e toglierci ogni entusiasmo. Eravamo in una situazione pericolosa. Stavamo per perderlo tutto. Una chiave entró nella porta. Ma vaff…

E lei, gazzella, si alzó di corsa, spense la luce e chiuse la porta della mia camera. Alla sola luce del televisore la vedevo avvicinarsi al letto con un sorriso beffardo e l’indice sulla bocca, esigendo silenzio. Oddio, stava per succedere. Io mi sentivo morire dentro, ero diventata piú piccola di un coniglio e ansimavo. Lei si sporse sul letto e si tolse la maglietta.
Come sospettavo, scintillava al buio. Era cosí bella che mi veniva da piangere.
La sua pelle era liscia e volevo farmi polpo, essere tutta braccia per poterla toccare tutta, con tutto il corpo, dappertutto. Mi baciava e le sue labbra erano sottili e tese.
In meno di due minuti eravamo nude e gagliarde. Fuori dalla stanza voci risuonavano lontane, rumori di macchine dalla strada, nella testa un frullatore. Non avevo paura, era tutto cosí normale e bello.
Come tuffarsi in una piscina di gin tonic.

Il suo sesso era rossiccio e riccio, aveva un odore diverso dal mio e mi piaceva, anche se davvero non avevo idea di come incominciare. Mi avventai a bocca aperta su quella carne viva. M’impigliavo nei peli ed era un po’ scomodo, ma mi piaceva, quel sapore mi piaceva.
E mi piaceva sentirla gemere, volevo baciarla, non avevo abbastanza corpo per tenerla tutta… oh, essere moltitudine. Ora sí che avevo capito cosa voleva dire.
E i suoi seni e le sue mani piú sapienti delle mie, i suoi occhi di bambina, le sue profonditá di dea… La volevo tutta. La volevo per me.

Glielo dissi la mattina dopo, mentre mi comunicava che avrebbe preso un aereo il giorno successivo, direzione Canada. Le dissi stupidamente Sposiamoci, lavoreremo insieme, vivremo insieme, avremo dei figli. Lei sorrideva un po’ imbarazzata e guardava per terra. Passammo un’altra notte bellissima e triste insieme, poi se ne andó.
Non rispose mai alle mie e-mail, non avevo il suo numero di telefono. Nella casa delle Vergini ero guardata con invidia ma anche con una confidenza nuova: non ero piú irrimediabilmente etero e oltretutto soffrivo per amore di una donna.
Donna che con una faccia di culo notevole, qualche mese dopo, ci invió il cartoncino d’invito alle sue nozze con il fidanzato di sempre, l’intellettuale ingrato. Ingoiai le lacrime e la tristezza diventó rancore, con l’ovvio assenso di tutte le altre Vergini. Peró mi dissi che non faceva niente, che era solo l’inizio. E che, in fondo lo sapevo, le donne sono fatte cosí.

 

 

 

a Marzia, la prima ragazza di cui mi sono innamorata.
a Pazzeski, Lagnese e Astronza, le Vergini che hanno ispirato il titolo.
a Chiara che m’aveva chiesto di pubblicarla.
a Esperanza Moreno (con me nella foto) e al suo romanticismo.

a tutte le donne che amano le altre donne.

alla stronza che ha ispirato questa storia, anyway and forever 😉

7 thoughts on “La casa delle vergini”

  1. anche io una storia cosi’ l’avrei dedicata alla prima donna di cui mi sono innamorata!
    dalla cina con carezze

  2. Mi era piaciuta già un sacco quando l’avevi letta al FBC.
    D’altra parte, adoro quando mi leggono le favole, per amare che siano…

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